VDR55 – A Fidai Film. Incontro con il regista Kamal Aljafari

A Fidai Film è un’opera di sabotaggio cinematografico che mira a restituire la memoria trafugata al popolo palestinese. Ne abbiamo parlato con l’autore in occasione del 55° Vision du Réel di Nyon

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Vincitore del Premio della giuria nel concorso Burning Lights del Visions du Réel, la sezione più sperimentale del festival svizzero, A Fidai Film è l’ultimo lavoro del regista palestinese Kamal Aljafari. Un autore abituato ad esplorare i confini narrativi del cinema intrecciando fiction e non-fiction, documentario e videoarte, lavorando sugli archivi e il found footage per sprigionare il potere sovversivo insito nelle immagini.

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Durante l’intervento militare in Libano nell’estate del 1982, l’IDF (Forza di difesa israeliana) ha saccheggiato e devastato l’archivio del Palestine Research Center di Beirut. L’archivio conteneva più di 25.000 documenti storici sulla Palestina, tra cui una collezione di immagini e filmati che componeva la più grande collezione al mondo sulla storia palestinese. L’intera memoria visiva del paese è diventata così un bottino di guerra, ribattezzato in parte per motivi ideologici. In A Fidai Film, Kamal Aljafari recupera queste immagini perdute per lungo tempo creando una contro-narrazione in forma di sabotaggio cinematografico, in grado di restituire una visione diversa su un popolo che è stato doppiamente depredato, sia della sua terra che della sua storia. Di seguito il resoconto dell’incontro con Aljafari.

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Come nasce l’idea di questo film?

A Fidai Film è un’opera che parla di un popolo che ha perso tutto e non ha più una terra. Queste immagini provengono da un archivio israeliano a cui sono riuscito ad accedere alcuni anni fa. Si tratta di materiale danneggiato soprattutto in VHS, un formato con cui ho lavorato spesso negli ultimi anni. La prima idea è stata quella di creare una contro-narrazione con un film di sabotaggio dell’immagine saccheggiata. Fidai [singolare di Fedayyin] è il termine con cui venivano chiamati i partigiani palestinesi che compivano azioni di sabotaggio ai danni dei coloni israeliani. Così ho deciso di fare un film Fidai.

Attraverso le immagini dell’archivio si ricostruisce un percorso ideale del popolo palestinese, prima e dopo la Nakba del 1948. Come hai lavorato da questo punto di vista?

Tutto quello che si può ascoltare in questo film è stato ricostruito o recuperato, mentre l’aspetto visivo ha richiesto una pratica di reinterpretazione. Il lavoro principale sul materiale è stato quello di trovare un senso a queste immagini così diverse e distanti tra loro, è stata come una missione, ma siamo riusciti con grande sforzo a trovare quello che cercavamo. Secondo me la cosa migliore è sempre iniziare dal principio, in questo caso l’inizio della storia è la scelta di alcune grandi nazioni del mondo di promettere la Palestina ad altre persone. Stiamo parlando di una delle nazioni più antiche di sempre con città dal passato glorioso come Gerusalemme. Ma sarebbe assolutamente errato individuare in quella data l’inizio dell’occupazione violenta del territorio palestinese, basta ricordare come nel 1936 gli inglesi abbiano ucciso più di 20 mila palestinesi a causa della rivolta contro il piano di spartizione PEEL. In quel periodo 50 mila palestinesi furono internati e moltissime delle loro abitazioni demolite o bruciate. Dopo il 1948 la persecuzione è proseguita anche in altri territori in cui i palestinesi si sono rifugiati, come il Libano e la Cisgiordania. Questo film è stato concepito molto tempo prima del 7 ottobre 2023 ma il conflitto resta il medesimo così come il metodo, ma si percepisce la ricerca di una soluzione finale da parte dei vertici israeliani. A Fidai Film è la storia di una nazione che lotta contro il colonialismo da più di un secolo.

Tra le numerose immagini presenti nel film ci sono cortei, rivolte, ma anche scena di apparente vita quotidiana. Come ti sei destreggiato in questa grande mole di materiale?

Questo materiale era stato catalogato per l’esercito israeliano e per chiunque avesse voluto scovare informazioni sul passato del popolo palestinese. Hanno deciso di etichettare le immagini in maniera molto curiosa, praticamente descrivendo l’azione ma evitando di raccontare il contesto e la situazione specifica. La mente di un burocrate lavora in modo davvero strano. Queste immagini presenti nell’archivio sono state girate da filmmaker palestinesi che raccontavano la propria quotidianità come mezzo per esprimersi oltre che per documentare l’occupazione. Il mio impegno è stato restituire un senso al loro lavoro, elaborare l’immagine per riappropriarci in una certa maniera della nostra storia.

Come avete lavorato sul suono e sulle canzoni?

I video che avevo erano spesso senza audio o comunque con un audio rovinato. Dal mio punto di vista creare suono per qualcosa che non ne ha è come dare voce a chi non ne ha e non ne ha mai avuta. Il suono doveva rappresentare la violenza continua che si percepisce quando si parla di colonialismo. Durante la lavorazione ho trovato elementi che sono diventati importantissimi, come ad esempio alcune canzoni. Una di queste proveniva da un film di propaganda israeliana fatto per parlare della comunità palestinese rimasta in Israele dopo il 1948, chiaramente rappresentata in maniera completamente falsa e faziosa. Quella canzone scelta per quel video ha avuto l’effetto contrario, ha sabotato dall’interno il messaggio che i coloni volevano inviare, così ho deciso di sceglierla anche per il mio film.

Con questo film sei riuscito ad aprire una finestra su una terra che molti di noi conoscono solo dalle immagini dei telegiornali. Ci hai restituito una visione più umana e autentica della Palestina.

Sabotare il processo colonialista per me vuol dire anche questo. Le immagini dell’archivio sono state rubate dagli israeliani proprio perché con la loro autenticità potevano danneggiare l’occupazione. È il cuore del processo culturale del colonialismo quello di nascondere e censurare. Per questo motivo in principio io stesso, anche se palestinese, mi sentivo terrorizzato e intimorito da quelle immagini.

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