VENEZIA 65 – "Eve", di Natalie Portman (Corto cortissimo)

Eve di Natalie Portman ha aperto fuori concorso la sezione Corto cortissimo della Mostra. Delicato esordio alla regia dell'attrice, il film è una storia di confonto tra nonna e nipote in cui manca una generazione. E' proprio questa assenza a generare un'ombra malinconica che percorre tutto il film, pur essendo costantemente esorcizzata dai protagonisti. La Portman dimostra uno stile asciutto e rigoroso, aiutata dal gioiello delle interpretazioni di Lauren Bacall e Ben Gazzara.

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In Eve – delicato esordio dell'attrice Natalie Portman alla regia – non si può fare a meno di avvertire una sensazione di fuoricampo perenne, un'ombra malinconica che aleggia sul film sebbene tutti cerchino di allontanarla. Forse è nascosta nella foto che Lola – l'anziana nonna che cerca un compagno per sentirsi meno sola – nasconde nel cassetto della sua toletta: l'istantanea in bianco e nero di una ragazza sorridente e con le trecce bionde, un ritaglio ingiallito che viene dal passato; o forse ancora è nel dialogo finale, dietro una porta chiusa, bruscamente scacciato come un ospite indesiderato, come un elemento di disturbo che potesse interrompere l'illusione di una composta e traballante tranquillità: “Dobbiamo parlare della mamma” dice la nipote, solo per sentirsi rispondere, “Lo faremo domani, cara”. C'è una generazione che manca, in Eve: è quella di mezzo, quella della madre, quella che si dovrebbe affrontare, se si avesse il coraggio di farlo. E' una presenza che sembra covare lontana, eppure è allo stesso tempo ineliminabile, bandita dai discorsi perchè portatrice di tristezza. Forse la donna nella foto è semplicemente sparita, e Lola non vuole sentir parlare della morte. E' anziana, e prepara il suo trucco, indossa i suoi gioielli, con una cura meticolosa, circondandosi di uomini che le fanno la corte – un incantevole Ben Gazzara, splendidamente autoironico e profondamente commovente – al solo scopo di proseguire i riti della sua gioventù ormai trascorsa. Lo schema di Eve è semplice, ed è legato ad uno specchio (topos di ogni dramma intimo ed esistenziale): ci si guarda Lola per illudersi della bellezza perduta, ci si riflette Olivia tentando di imitare lo splendore antico della nonna, che appartiene ad un altro tempo, e alla fine ci si specchia di nuovo la donna, non potendo fare altro che considerare la sua vecchiaia senza il filtro ingannevole del make-up. La Portman sembra voler chiudere un ciclo delle stagioni inevitabile, scandito da poche note del pianoforte di Chopin: il dolore preme, cercando delle crepe nella diga di una campana di vetro costruita apposta per esorcizzarlo. In questo, la giovane regista è aiutata dalle splendide interpretazioni dei due attori, che si muovono come fossero in un museo delle cere, in un modo formalmente regale e pieno di classe, che non trova posto in un mondo che non è più il loro. Ci riesce evitando tutti i vizi di forma dell'opera prima: la giovane film-maker, che pure avrebbe potuto provare ad imitare uno qualsiasi dei tanti registi con cui ha lavorato, evita ogni tipo di virtuosismo gratuito, e gira con un'essenzialità di piani rigorosi e curati – uno stile asciutto eppure denso di emozioni, di un autobiografismo che si vede e si respira – che mirano ad esaltare la recitazione, partecipata e appassionata, dell'eccezionale coppia di protagonisti.

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