VENEZIA 67 – “Legend of The Fist: The Return of Chen Zen”, di Andrew Lau (Fuori concorso)

legend of the fist
Le accelerazioni, i ralenti, i giri vorticosi e le frenesie della macchina da presa inseguono i voli e i salti dell’eroe reincarnato, nel tentativo di bloccare nell’evidenza sottolineata del gesto la libertà del movimento. Per quanto Donnie Yen sia perfetto nel ruolo, il mito di Bruce Lee non è più replicabile. E allora si la percezione esatta di quanto la macchina abbia sopravanzato l’uomo, costringendolo alla sua velocità. L’arte marziale diventa definitivamente action, quell’azione che imprime moto al cinema

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legend of the fistChen Zen, mitico eroe del cinema orientale, immortalato dal grande Bruce Lee con Fist of Fury nel 1972, resuscitato da Jet Li nel 1994, torna a incarnarsi. Un altro corpo magnifico, quello di Donnie Yen, sotto un altro sguardo, quello di Andrew Lau, celebrato autore della trilogia di Infernal Affairs (insiema ad Alan Mak).

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Dopo aver salvato la pelle in un’Europa devastata dal primo conflitto mondiale e dopo aver compiuto un massacro di giapponesi in un dojo di Hong Kong, Chen Zen fa perdere le sue tracce. La leggenda vuole che sia morto, ma in realtà riappare sotto mentite spoglie a Shanghai verso la metà degli anni ’20. E’ il leader, l’arma segreta della resistenza cinese contro i malcelati propositi di dominio dei giapponesi. Agisce in incognito, diventando socio di un boss della città (il sempre immenso Anthony Wong), nella gestione di un night. Viene pubblicata una lista di patrioti che si oppongono all’invasione e prende inizio un’escalation di omicidi e rappresaglie da parte dei giapponesi. Per Chen Zen è una lotta contro il tempo e per il popolo cinese l’inizio della riscossa.
La leggenda piega (fordianamente) la storia e Andrew Lau ripiega l’una e l’altra, adattando entrambe al suo stile, ai ritmi frenetici del (suo) cinema contemporaneo. La resistenza diventa un altro Infernal Affair di mascheramenti e false identità, intrighi e tradimenti. Eroi che scompaiono e riappaiono, spie mozzafiato che seducono, feriscono e muoiono con le lacrime agli occhi. In una Shanghai anni ’20 ricostruita per lo più a computer, le accelerazioni, i ralenti, i giri vorticosi e le frenesie della macchina da presa inseguono i voli e i salti dell’eroe reincarnato, nel tentativo di bloccare nell’evidenza sottolineata del gesto la libertà del movimento. Per quanto Donnie Yen sia perfetto nel ruolo, il mito di Bruce Lee non è più replicabile. E allora si ha la percezione esatta di quanto la macchina abbia sopravanzato l’uomo, costringendolo alla sua velocità. L’arte marziale diventa definitivamente action, quell’azione che imprime moto al cinema
Ma sotto la meccanica dei duelli spettacolari e delle magnifiche esagerazioni, pulsano ancora i momenti di un melodramma purissimo, non trattenuto. Uno sguardo, gli occhi pieni d’amore e tormento della divina Shu Qi, uno scambio di battute, una pistola puntata e una domanda che nasconde mille sottintesi. Chi sei tu? Chen Zen, il vostro eroe, morto e risorto per amore.
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