VENEZIA 69 – “Bellas Mariposas”, di Salvatore Mereu (Orizzonti)

Ha molto coraggio il nuovo film di Salvatore Mereu (decisamente in misura maggiore di quanto voglia darne a vedere in Concorso Harmony Korine…): Bellas Mariposas è una convinta sfida nel cinema italiano, e anche un audace azzardo produttivo (Gianluca Arcopinto tra i responsabili). Non sempre e non tutto funziona in questa sorta di ronde sarda con spruzzate di realismo magico (e con una fenomenale Micaela Ramazzotti veggente), ma quando va a segno Mereu si conferma uno degli sguardi più singolari e inediti nel nostro panorama, pur allontanandosi decisamente da forma e atmosfere della sua opera più fortunata, il magnifico Sonetàula.

Una giornata nella vita di Cate e Luna, entrambe 11enni alla periferia di Cagliari, quasi una reincarnazione bambina delle Lilli Carati e Gloria Guida del perfido Avere vent’anni di Fernando Di Leo: provocatrici in erba, trascorrono le ore ad ammiccare e scherzare pesantemente e pericolosamente con i ragazzi e gli uomini più grandi del quartiere, dell’autobus che le porta in spiaggia, delle strade della città semideserta, e così via. D’altra parte l’intero loro immaginario è governato, quasi ossessionato dal sesso, che riempie i desideri e le azioni dei coetanei che abitano gli stessi palazzoni-alveare, e delle figure di famiglia, fratelli tossici e teppistelli e padri erotomani tra spogliarelli sulle reti private e palpeggiamenti su mezzo pubblico. Quando la massiccia tensione morbosa accumulata dal film sta per esplodere trasformandosi nell’inevitabile gesto inconsulto di violenza (però stavolta non indirizzato alle bambine, ma diretto a Gigi, “l’innamorato” di Cate), Mereu s’inventa una notte surreale dove succede di tutto, e tutte le traiettorie si ribaltano in qualche trovata bizzarra di troppo (si tratta senza dubbio della sezione dell’opera che “tiene” meno), nel tentativo di chiudere la dimensione allo stesso tempo corale e intima di Bellas Mariposas in una specie di allegoria conclusiva e “ferma”.

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Fortunatamente, per tutta la durata del film Mereu ha la convinzione di non volersi fermare davanti a nulla, e di voler mostrare e tirare in ballo apertamente ogni cosa, con una schiettezza e una benedetta sfrontatezza in quello che finisce letteralmente nell’inquadratura o nei dialoghi che al cinema avevamo potuto incontrare forse solo in alcune commedie messicane o spagnole di qualche anno fa. In questo il regista si dimostra miracoloso nel lavoro con gli attori bambini (come già si poteva riscontrare nel precedente Tajabone, realizzato proprio nel corso di un laboratorio scolastico tenuto da Mereu), più che nelle suggestioni che provengono dalla pagina scritta (di suo pugno), alla quale avrebbe forse giovato la sfrondata di qualche situazione (ad esempio la pessima scenetta con la signora del piano di sopra che defeca cantando a squarciagola nella vasca da bagno alle quattro di notte in compagnia del marito).

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Ma di Bellas Mariposas interessa in maniera decisamente maggiore tutto l’apparato espressivo, anche complesso con una arzigogolata stratificazione di incessante monologo “a incastro” fatto in faccia alla mdp dalla piccola protagonista, esplorazioni labirintiche del borgesiano microcosmo di periferia che sembra in costante mutamento ed espansione sia verticale che orizzontale, e un certo colorato bozzettismo grottesco di miniritratti in appartamento di famiglia sottosopra.
Mereu cerca di stare dietro a questa grossa macchina narrativa che ha imbastito: i piccoli fallimenti dell’esperimento non inficiano l’assoluta e lodevole ambiziosità del tentativo.

2 commenti

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    Sottoscrivendo più o meno tutto, butto nel calderone un'altra suggestione: i dialoghi di Caterina con la mdp mi hanno ricordato subito i video che gli adolescenti girano e pubblicano su Youtube, come veicolo per uscire dalla loro realtà. Il che potrebbe perfino indurre a considerare quei dialoghi quasi "diegetici". Questione che non interessa dirimere, chiaramente, però è un aggancio che mi ha stimolato qualche elucubrazione.

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    Film bello, affascinante, che alterna diversi timbri e ci immerge con forza e delicatezza nel mondo dell'adolescenza e nella vita reale di un quartiere emarginato. Non va dimenticata, oltre elle due ragazze e a Micaela Ramazzotti, la figura del padre interpretato da un grande Luciano Curreli, di cui si è rivisto in questi giorni il film visionario Girotondo, giro intorno al mondo.