VENEZIA 69 – “Superstar”, di Xavier Giannoli (Concorso)

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Giannoli s’immerge nella sua folle scatola chiusa, piomba a perpendicolo sulla superficie riflettente (lo schermo?) del suo personale Truman Show con una lucidità invidiabile. Non disegna mappe utopiche né immagina rivoluzioni, ma non rinuncia alla speranza. Eppure, Superstar è condannato a scontare il peso della sua evidenza programmatica

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superstarMartin Kazinski è un timido e anonimo operaio di una ditta di riciclaggio e recupero materiali. Un mattino, sulla metro, si accorge di essere osservato, qualcuno gli scatta una foto, qualcun altro gli chiede un autografo. Approcci dapprima timidi, via via più insistenti. È l’inizio di un assurdo incubo: condannato dalla propagazione virale della rete, Martin si trova improvvisamente nell’occhio del ciclone, inseguito dalla gente e tormentato dai media. Non ha più rifugio, ogni suo gesto, ogni suo movimento è visto, osservato, fotografato, ripreso, rimontato, frainteso e rimesso in circolo. Da cosa viene la sua improvvisa e immeritata fama: un buzz, un errore? È il caso del momento e attira l’attenzione di una giornalista televisiva, che deve dare nuovi stimoli a un programma verità.

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Ispirato al libro L’idole di Serge Joncour, Superstar assomiglia casualmente all’episodio di Benigni nell’ultimo To Rome With Love di Woody Allen. Ma se lì si rimane a un livello di breve e sagace parabola, qui Giannoli vuole portare sino alle estreme conseguenze l’asfissia autoreferenziale della società dello spettacolo nell’era del 2.0, sempre più oppressa dalla proliferazione delle immagini, dei punti di vista e di ripresa. “Anche l'intelligenza finisce per essere intrappolata nel meccanismo dell'evento spettacolare. Martin non viene tormentato per la strada perché è famoso, piuttosto è famoso perché continua a essere perseguitato mentre cammina”. L’idea è chiara, l’assunto, lo svolgimento anche. E quell’aumento costante di pressione della messa in scena amplifica la sensazione di trovarsi in un’apparenza inestricabile, un’illusione senza via d’uscita. È come se Giannoli facesse muovere i suoi protagonisti in uno spazio liminare tra l’angosciante crudeltà del reale e la deformazione prospettica della follia. Era già accaduto in À l’origine, con il truffatore che intravedeva il proprio riscatto nella cieca adesione alla finzione. Ora, qui, Martin deve fare i conti con l’assurdità “kafkiana” che sembra risucchiarlo. La sua resistenza è labile, il suo desiderio d’invisibilità fuori da ogni consapevolezza ribelle. Eppure, alla fine, può ancora trovare qualcosa, qualcuno di autentico.

 

Giannoli s’immerge nella sua folle scatola chiusa, piomba a perpendicolo sulla superficie riflettente (lo schermo?) del suo personale Truman Show con una lucidità invidiabile. Non disegna mappe utopiche né immagina rivoluzioni, ma non rinuncia alla speranza. Eppure, Superstar è condannato a scontare il peso della sua evidenza programmatica, della chiarezza ai limiti del didascalico delle sue enunciazioni. Schiacciati nell’apologo, i personaggi si trasformano in tipi: il lupo e l’agnello, la volpe e l’uva. Gli unici a trovare una dimensione piena sono Martin e Fleur, grazie alle interpretazioni di Kad Merad e Cécile De France. E proprio nel rapporto ‘impossibile’ tra i due Giannoli sa trovare la sincerità, l’emotività dei suoi momenti migliori.

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