VENEZIA 70 – "White Shadow", di Noaz Deshe (Settimana della critica)

Può stare tutto nell’ossimoro del titolo, l’ombra bianca di Noaz Deshe, il tumulto di pulsioni che intercorrono fra il bianco più puro e il nero più sepolto. Ma ciò che avviene sullo schermo scavalca ogni colore e palpito: è pulsione mortifera quella che anima il cadavere proiettato…

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Può stare tutto nell’ossimoro del titolo, l’ombra bianca di Noaz Deshe, il tumulto di pulsioni che intercorrono fra il bianco più puro e il nero più sepolto. Ma ciò che avviene sullo schermo scavalca ogni colore e palpito: è pulsione mortifera quella che anima il cadavere proiettato.

È il battere delle mani sulla tomba di fango del padre che diviene musica. È corpo morto con la fronte sporca di sangue e saliva, animato dal soffio magico che ne permette i movimenti. L’occhio attraverso cui vediamo è fantasma, mosso da spasmi di morte come il corpo di gallina a cui viene recisa la testa e che si ostina a sbattere le ali. Solo il moto di un morto può seguire le instancabili pupille di Alias, il ragazzo albino perseguitato per il candore della sua pelle: occhi che di notte diventano rossi, occhi di iena senza preda. Nessuno dorme di notte, questa è la regola. Non sono solo storie raccontate ai bambini, il sangue viene sparso davvero. E ciò che Deshe riesce a trasmettere è il respiro a metà, i muscoli in fiamme, i crampi allo stomaco dopo la corsa, per sfuggire a persone che affilano i denti oltre ai machete. Il film perde ogni coordinata  per farsi altro o altrove. È un guardare il sole fino a bruciarsi gli occhi, imporsi la cecità per scoprire una nuova visione. È uno sguardo che non si pone limiti, che scava in fondo e si sofferma in superficie al tempo stesso. Lo sforzo di Deshe di rendere fisica e sensoriale l’immagine non appare come tale: la realtà dietro la finzione palpita come un cuore appena estratto e sporca di sangue ogni gesto verso la camera. La natura delle immagini cancella ogni possibile definizione: termini come finzione o documentario si distruggono da soli, White shadow è esperienza e rito ancor prima di farsi luce. Immagini, suoni e parole si sovrappongono in un amalgama soffocante, stretti nella cornice dello schermo come tre cadaveri in una sola bara. Ma Deshe sa come rompere la gabbia, come lasciare il suolo per spiccare il volo. Come la dicotomia del titolo, White Shadow vive di opposti, ed è ancorato tanto al fango quanto alle nuvole.

La poesia viaggia su ali di mosca insanguinate, il peso della carne morta e la leggerezza del gioco vivono insieme perché visti attraverso occhi di bambino, gli occhi più crudeli in assoluto. Ma ancora, White shadow è il coesistere di lapide e placenta. Perché se la morte pervade la visione, essa è necessaria per lasciare il respiro alla frenesia degli occhi, che mai si chiudono e mai si fermano. 

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