#Venezia76 – Vivere, di Francesca Archibugi

Tutto inizia come sorta di viaggio in Italia. Quello affrontato dalla giovane irlandese Mary Ann, studentessa di storia dell’arte trasferitasi temporaneamente nel “bel paese” per lavorare come ragazza alla pari presso la famiglia Attorre. Mary Ann (Roisin O’Donovan) incontra così – nel contesto di una grigia periferia romana – Luca (Adriano Giannini), giornalista freelance senza troppa credibilità professionale; sua moglie Susi (Micaela Ramazzotti), insegnante di danza per signore ciccione, romanaccia esuberante con la testa sempre da un’altra parte; il figlio maggiore di Luca, Pierpaolo, sorta di rampollo di una potente famiglia della Roma “dabbene”, con un nonno avvocato ricco e ingombrante (Enrico Montesano); e infine, la piccola Lucilla, figlia di Luca e Susi, affetta da una grave forma di asma bronchiale di origine psicosomatica.

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Questo è il contesto familiare entro il quale lo sguardo di Archibugi si insinua stavolta, ricercando da subito atmosfere inquiete, smaniose di portare a galla potenziali misteri e turbamenti familiari o privati, dei quali sembra testimone e appassionato voyeur un improbabile Marcello Fonte, vicino di casa ambiguo e dalle dubbie intenzioni.

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Si diceva, dunque, di un viaggio in Italia: e allora, ecco la rappresentazione della Roma che conosciamo, quella “demmerda” del traffico snervante in centro e della monnezza; ma anche quella splendida, natalizia, filtrata attraverso gli occhi della ragazza venuta da lontano, che l’ha studiata sui libri del Rinascimento senza mai averla visitata prima. La grande arte italiana, la magnificenza delle chiese, la luce, i musei, il papa. Avremmo potuto godere della scoperta di un vivere quotidiano, all’incastro rosselliniano tra lingue e culture diverse, attraverso gli occhi di Mary Ann; ma soprattutto attraverso istinti, fisicità, desideri tenuti a freno e ora esplosi nell’incontro con l’immaturo, quasi disprezzabile Luca. Avremmo potuto vivere il film attraverso i sentimenti – sempre controversi, sempre contrastanti – degli sfaccettati personaggi, con quella semplicità di modo e sguardo che ha sempre contraddistinto Archibugi sin dai lontani esordi, quando scavava efficacemente tra le faglie genitori/figli e ne mostrava drammatiche fragilità umane.

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Ma oggi, in questo Vivere, a mancare è proprio la verità del cuore e dei corpi, sotterrati da pesanti cliché della crisi di coppia medio-borghese, dalle caricature sproporzionate di situazioni e personaggi, da un linguaggio che non ci appartiene.
Ecco dunque spiegato il passaggio di registro del film che, non più drammatico, si tinge di dialoghi che spingono alla risata, ma tenendo debitamente a distanza ogni momento o gesto dei protagonisti con i quali rimane impossibile una reale immedesimazione. Vivere diventa allora una sorta di commedia leggera e il testo – peraltro lavorato a sei mani dal team collaudato Archibugi, Piccolo e Virzì – finisce per impantanarsi in dialoghi che peccano di falsità e incongruenza, invece di raccontarci l’amore e la passione per davvero. Vivere sì, ma non in questo senso, non con questo sguardo che ha dimenticato – tra le immagini e i gesti – il respiro romanzesco.