Videodrome, di David Cronenberg

«[…] Perché ci fa “sentire” già all’opera, qui e ora, durante la visione di Videodrome, quanto instabile sia il nostro rapporto fiduciario con le immagini, quanto già infetto sia il nostro sistema percettivo e quanto possano i media “programmarci” a priori […]».
(Gianni Canova, David Cronenberg, Il Castoro-Cinema)

Dopo Videodrome il (corpo-)cinema non è stato più lo stesso. Il film più “cronenberghiano” di sempre serve al mondo un pasto (nudo) di orrore interiore puro: le viscere si intrecciano come rizomi; le carni vive si ibridano ai tubi catodici; le immagini si contaminano su plurimi livelli e provocano allucinazioni. Nasce qui, come mai prima, una nuova dimensione del corpo e della mente, nella quale la materia umana viene aperta al mondo che ne penetra i meandri più obsoleti, ne traduce i codici desideranti, ne plagia le fantasie. Cronenberg disegna qui la sua prima vera poesia della Nuova Carne, con un film letteralmente divorante, sconvolgente, materiale: perché il corpo è stato e resta l’unica e urgente preoccupazione del suo cinema, un corpo colliso che traccia le proprie coordinate in rivolta al potere, finanche al costo di perdere l’organismo stesso e disfarsi da dentro.

Videodrome covava tra le ambizioni del cineasta canadese già da molto tempo addietro: nel corso degli anni Settanta, Cronenberg scrisse un abbozzo di sceneggiatura dal titolo Network of blood, incentrato su un gruppo di ricchi degenerati appassionati di snuff movies. Il soggetto, ripreso in mano ben otto anni dopo, si sarebbe tramutato nel suo film-manifesto: Max Renn (James Woods), presidente di Canale 83, si imbatte casualmente nel segnale pirata “Videodrome”, programma realistico di torture carnali che si consumano in diretta in una “videoarena”. Interessato a saperne di più, e sempre più attratto insieme alla compagna Nicki (Deborah Harry) da pratiche masochistiche ispirate al programma, Max cade in uno stato di video-allucinazione dovuto al segnale, il quale condurrà il nostro a una vera e propria rinuncia al reale, sperimentando su di sé le profetiche parole dell’ “Apostolo dei mass media”, Brian O’Blivion (Jack Creley): «La televisione è la realtà, e la realtà è meno della televisione».

Cronenberg porta qui al più alto grado la perdita di ogni statuto di verità e finzione, non più scindibili da adesso in avanti, conducendo il suo spettatore tra i disequilibri cerebrali di immagini allucinate e stratificate – operazione che il maestro replicherà mirabilmente ne Il pasto nudo del 1991 – , ove non ci sarà guida a far da garante, ma resterà solo senso della perdita identitaria e del perturbamento. Sarà allora cosa buona e giusta chiedersi fin dai primi istanti, da quel morbido piano-sequenza che dalla televisione apre al soggiorno-tugurio del dormiente Max, chi sia il vero narratore del film o, al limite, se ve ne sia ancora uno. Ma il quesito dominante è se vi sia ancora una qualsivoglia forma di realtà (diegetica) alla quale prestare fede, o seppure il film sia integralmente il sogno allucinato di un Max in preda ai propri deliri masochistici, colui che per primo vediamo perdersi dentro l’immagine televisiva, fatta di carne e sangue anch’essa – a partire dalla lezione “organica” di Marshall McLuhan – , tanto da non sapere più distinguere infine tra l’immagine della realtà e la realtà dell’immagine.
Max si abbandona ai dettami del “Videodrome” e, in ultimo, finisce per fondersi con questa nuova immagine virale e aberrante che proviene dai nascenti mezzi di comunicazione di massa, contro i quali il corpo non può niente se non lasciarsi programmare come un videoregistratore. Ma il cinema – di Cronenberg – resta vigile di fronte alla sparizione del reale, unico occhio chirurgico rimasto che dall’esterno indaga la catatonia crescente del “drogato televisivo”, asportandone via quel tumore in buona parte consensuale.
Morte a Videodrome, allora. Gloria e vita alla nuova carne (del cinema cronenberghiano).

 

Titolo originale: id.

Regia: David Cronenberg

Interpreti: James Woods, Sonja Smits, Deborah Harry, Peter Dvorsky, Leslie Carlson, Jack Creley, Lynne Gorman, Lally Cadeau, Julie Khaner

Durata: 87′

Origine: Canada, 1983