Ziggy Stardust and the Spiders from Mars: il film, di D.A. Pennebaker

Ziggy Stardust muore e Pennebaker dà luogo ad un nuovo rito iniziatico per educare lo spettatore ad un nuovo sguardo. Elettronico, demistificante, capace di cogliere la verità dietro la performance.

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La storia è nota: nel 1972 David Bowie fa uscire Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, concept-album dal taglio sci-fi che tiene a battesimo il primo e più noto dei suoi alter ego, Ziggy Stardust, alieno androgino che giunge sulla Terra prima dell’Apocalisse pronto a consegnare alla popolazione un messaggio di speranza. Avrà successo, verrà considerato alla stregua di un messia ma alla fine verrà ucciso, vittima degli eccessi della fama.

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E Bowie per la fine di Ziggy vuole fare le cose in grande. Organizza un tour mondiale e per l’ultima tappa si esibisce all’Hammersmith Odeon Theatre di Londra. Nei viene fuori un concerto inquieto, in cui Bowie si staglia sul palco come un qualcosa di violentissimo ma al contempo labile, morente, già spinto verso altro.  Arrivato ai saluti finali il performer non può giocoforza che ammettere che, forse, quella sarà l’ultima esibizione per lui e mentre si lancia nei tradizionali bis, il pubblico si lascia andare allo stupore.

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Perché la storia del progetto Ziggy Stardust e di quel concerto all’Hammersmith in particolare, è, in tralice, una straordinaria riflessione sulla verità e sull’asincronia dell’informazione. La verità sul destino del suo alter ego la sa, in fondo, solo Bowie. Il pubblico la ignora, al massimo la intuisce a partire da certi dettagli dello spazio scenico, scarno come la forma profonda del punk che arriverà di lì a qualche anno.

Anche D.A. Pennebaker non sa nulla. Lui, dichiarerà in seguito, si trova all’Hammersmith soltanto per fissare su pellicola la fine del tour di Ziggy Stardust, forse cercato perché, dopo aver girato documentari per Bob Dylan e Little Richard è uno dei nomi più caldi del momento.

Eppure è indubbio che sembri intuire qualcosa nel rumore di fondo, percepisca l’urgenza di carpire l’essenza di Ziggy Stardust prima che sia troppo tardi.

Così il suo non può che essere l’unico sguardo possibile per attraversare lo spirito di Bowie, quello elettronico, spurio, espanso della macchina da presa, evidentemente “oltre” quello degli astanti, lucidissimo nell’abbracciare l’elemento messianico del performer. Non è un caso, allora, se la regia di Pennebaker sia un trionfo di primissimi piani, quasi a voler astrarre Bowie ed i suoi musicisti, se il suo sguardo sia attento a sottolineare l’intimità cerimoniale dell’evento, la semioscurità del teatro, la band raccolta in uno spazio che sembra piccolissimo. Agli spettatori non rimane che essere assorbito nel continuum delle immagini, ridotti a linee essenziali, a volti in estasi, a mani adoranti e lanciate a sfiorare il performer.

Lo sguardo umano è inutile per schiudere il vero mistero, in fondo. O forse no.

Si tratta, in effetti, dell’affascinante paradosso dello sguardo duale di Pennebaker, attratto dalla figura di Bowie ma comunque razionale, laico, incuriosito, più che rapito dal suo impatto sul pubblico. Un po’ come la macchina da presa, che a ben vedere serve si, a cogliere la natura messianica del cantante attraverso il primo piano ma anche, più pragmaticamente, a guardarlo davvero.

Forse, sottotraccia, il vero obiettivo del progetto di Pennebaker è cogliere la verità oltre la performance, meglio ancora, amplificare la rottura dell’incantesimo di Ziggy anticipandone il suicidio, in una mossa a suo modo dissacrante, nella sua metodicità, che forse sarebbe piaciuta a gente come Debord. Ecco allora spiegate certe vertigini, modernissime, del progetto di Pennebaker come le improvvise incursioni nel backstage. Eccolo l’uomo dietro al performer, colto durante la vestizione, ecco il trucco di magia che viene scoperto e mostrato, eccola la verità che finisce per essere catturata solo dalla macchina da presa.

In prospettiva è evidente che anche la fine di Ziggy sia, a suo modo, il culmine di un nuovo rito iniziatico, che tuttavia si gioca su coordinate tutte nuove, quelle dello sguardo.

E allora ecco che l’illuminazione, la consapevolezza della strategia di David Bowie, coglie coloro che hanno assecondato le linee dello sguardo elettronico di Pennebaker, per tutti gli altri, presenti al concerto, la verità è preclusa, nascosta, forse, dietro ad un vuoto stupore.

 

Titolo originale: Ziggy Stardust and the Spiders from Mars
Regia: D.A. Pennebaker
Distribuzione: Nexo Digital
Durata: 90′
Origine: UK, 1979

3.7
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