“Tatanka”, di Giuseppe Gagliardi
È la vicenda di Clemente Russo, campione di boxe, cresciuto nel casertano, tra furti d'auto, rapporti con la malavita e 8 anni di prigione per coprire l'amico di sempre. Tutto sembra vero, troppo vero, chiuso nel laboratorio di un sottile tessuto di sensazioni, di parziali presenze e non totali assenze, disposte in un ritmo, un intreccio di ritmi, che in ultima analisi è l'essenza del film. Ma ciò di cui si sente maggiormente l'urgenza è sentirsi succubi delle astrazioni, delle rivolture e delle tortuosità dell'invisibile. In un avamposto del nulla, percorso da carovane di fantasmi
Sono le vere leggende ad interessare Giuseppe Gagliardi, regista di videoclip e cortometraggi, al secondo lungometraggio, dopo quello del 2006 su Tony Vilar, star del melodico napoletano, che divenne un vero mito negli anni '60 in Sud America. La vera leggenda, ossimoro che permette di spaziare dal mokumentary al road movie intimista, fino a giungere al racconto “gomorriano”, almeno nella sceneggiatura e non propriamente nella messinscena. Tatanka è proprio questo: trasposizione più o meno fedele del racconto omonimo di Roberto Saviano e con i due sceneggiatori di Gomorra, Massimo Gaudioso e Maurizio Braucci. È la vicenda di Clemente Russo, medaglia d'argento alle Olimpiadi di Pechino nel 2008, cresciuto a Marcianise (Caserta), tra furti d'auto, rapporti con la malavita e 8 anni di prigione scontati per coprire l'amico di sempre, che non saprà resistere al richiamo del guadagno facile per avere donne, macchine di lusso e rispetto. In realtà il film è incentrato più sulla storia di amicizia che sulla scalata al successo sportivo di Clemente Russo, costretto a una dura gavetta che lo porterà a fuggire a Berlino per rifarsi una vita, tra incontri di boxe clandestini e la spasmodica voglia di arrivare ai massimi livelli. Tatanka apre uno spiraglio di speranza, di riscatto, attraverso lo sport, ma comunque cercando sempre di immischiarsi nello strato sociale della location, fino a trovare l'humus naturale di una realtà sociale difficile e pericolosa. È il marchio di fabbrica ormai degli sceneggiatori che sentono sempre l'esigenza di far sentire da vicino le vibrazioni dei corpi, i tormentati respiri di una vita vissuta sempre ai margini. Tutto sembra vero, troppo vero, chiuso nel laboratorio di un sottile tessuto di sensazioni, di parziali presenze e non totali assenze, disposte in un ritmo, un intreccio di ritmi, che in ultima analisi è l'essenza del film. Certo non si può considerarla un'opera fallita, anzi, pare invece che tutto giri perfettamente, anche il registro più drammatico. Forse un po' più debole è proprio l'aspetto visivo legato agli incontri/scontri, ai combattimenti dentro e fuori dal ring, che sembrano interessare meno il regista. Il protagonista a volte campeggia in un deserto che lo isola per esaltarlo. Ma ciò di cui si sente maggiormente l'urgenza è sentirsi succubi delle astrazioni, delle rivolture e delle tortuosità dell'invisibile. La linea di Clemente Russo e del suo amico ormai perduto, è lacerata e tortuosa: l'invisibile avrebbe dovuto tormentarli, relegandoli in un instabile e mutevole deserto. In un avamposto del nulla, percorso da carovane di fantasmi. Così resta alla fine solo una bella storia che distrae dalle immagini. La scrittura è lo spazio artefatto, il luogo delle cerimonie visive e sonore. Cerimonie in cui però le immagini stentano a spendersi, a disseminarsi, espandersi, perdersi, divagare.
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io l'ho visto stasera e ho trovato molto interessante tutta la prima parte, fino al combattimento vinto malgrado l'obbligo di perdere. In particolare l'innocenza e la fisicità dei protagonisti da ragazzi, specie il protagonista, la malinconia e la durezza di certi spazi di sopravvivenza. La seconda parte mi è sembrata più inoffensiva, più domata (forse forzature produttive? non dimentichiamo che è difficile fare film nell'italia delle fiction.)
Inviato da june il 10/05/2011 -
Non so dire se sia peggiore il film o questa recensione.
Stiamo parlando di un film che in sala provoca risate involontarie, che si prende sul serio e si permette questo scambio di battute (Aggie fatt o stammring - Ah, e che si' fatt - Aggie vint - Azz), che ad un certo punto decide che bisogna andare in Germania (co-produzione non è alibi) e ti ci porta con uno sputo di personaggio femminile piovuto dal nulla.
La recensione parla di invisibile, di deserto, di carovane di fantasmi e senza rendersene conto, si smaschera da sola in quell'unico concetto sincero del testo che suona come un'autoaccusa: l'avamposto del nulla.
Ecco appunto.
Inviato da Anonimo il 09/05/2011 -
Non è affatto la vicenda di Clemente Russo, ma una storia inventata. Non è la fedele trasposizione più o meno fedele del racconto di Saviano, che è più un "saggio" nello stile tipico dell'autore, ma ne prende solo l'assunto. La sceneggiatura scritta in primis da Giuseppe Gagliardi e Stefano Sardo è tutt'altro che "Gomorriana". Giuseppe Gagliardi è un regista, il suo specifico non è "regista di videoclip e cortometraggi". Il resto non l'ho capito, me lo farò spiegare da qualcuno più intelligente di me.
Inviato da Massimo Gaudioso il 09/05/2011
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