Abiding Nowhere, di Tsai Ming-liang

Continua il viaggio (nel tempo) del walker, il monaco che cammina col passo lentissimo di Lee Kang-sheng. E stavolta sbarca in America, a Washington. BERLINALE 74. Berlinale Special.

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Mr. Lee va a Washington. Dopo aver attraversato il mondo in lungo e in largo, il walker di Tsai Ming-liang non accenna a fermarsi. Al passo lentissimo di Lee Kang-sheng, sbarca finalmente in America. Scrivendo l’ennesimo episodio di quella che ormai è, a tutti gli effetti, una serie dalle regole e dai ritmi fuori canone. Tanto più che la sua veste arancione da bonzo assomiglia ormai a una divisa da supereroe. Afferma un superpotere di concentrazione e di autocontrollo e marca una presenza che riconosceresti ovunque. Ma stavolta, nel caos della metropoli americana, la figura del walker non è più un’eccezione che attira l’attenzione dei passanti. Sono pochi quelli che si voltano a guardarlo, stupiti. Mentre tra le strade trafficate, nell’ingorgo degli incroci, passa quasi inosservato, si disperde nella folla. Non è più straordinario di un disgraziato musicista che strimpella note di folk con il suo banjo, quasi a voler accompagnare il ritmo della camminata del nostro uomo.

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Per questo, esaurito l’effetto sorpresa, Tsai Ming-liang decide di far compiere a Lee Kang-sheng percorsi laterali, eccentrici. Sì, ci sono i luoghi iconici della città, l’obelisco del National Mall, l’atrio della Union Station. Per il resto, il monaco si muove per edifici abbandonati, giardini e strade semivuote, cammina sul filo dei corsi d’acqua, rasente i muri. Sembra incontrare quel punto in cui la levità diventa invisibilità, nel passo sempre più rarefatto. Ma un altro personaggio s’aggira per la città, precede il walker negli stessi luoghi, in una specie di inseguimento a distanza. È Anong Houngheuangsy, già coprotagonista di Days. E, così, per un po’ ti convinci che i due personaggi si ritroveranno a un certo momento, nel segreto di chissà quale stanza. Ma è un’illusione dettata dalla memoria delle immagini. Incontrarsi, oggi, è sempre più difficile. Lo sa bene Tsai Ming-liang, che, per una vita intera, ha raccontato la solitudine e il bisogno di contatto.

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Raccontato, già… Alla base di Abiding Nowhere c’è un’altra finalità videoinstallativa, stavolta su richiesta dello Smithsonian American Art Museum di Washington. E difatti, sia Anong Houngheuangsy sia Lee Kang-sheng si ritroveranno tra le sale del museo, stabilendo uno strano dialogo con le statue orientali in esposizione. Ma al di là delle occasioni e delle committenze, appare sempre più chiaro quanto le peregrinazioni del walker lascino tracce di qualche parabola narrativa misteriosa, dalle linee di direzione totalmente imprevedibili. Così com’è evidente, al contrario, che i “film narrativi” di Tsai Ming-liang dissolvono il racconto in una sospensione rarefatta, sospinti da altre esigenze. Di certo, sono storie che non rispondono a giustificazioni funzionali, logiche rigide, intenti affabulatori. Ma sono pur sempre accenni di un’esperienza esistenziale e, se vogliamo, spirituale, piuttosto che discorsi intellettuali, astratti. Perché la cosa sconvolgente dei film (o come li voglia ormai chiamare) di Tsai Ming-liang è sempre questa capacità di trovare il grado di fusione tra la ricerca compositiva e una densità emotiva profonda. Dove la teoria scompare nella coincidenza tra la forma e la sostanza. Dove la durata dell’inquadratura e la lentezza di una camminata alterano la normale velocità delle immagini e del mondo, senza però bloccare il flusso delle cose o fissarlo nella dimora di un fermo immagine. Del resto, non si può abitare da nessuna parte. Ma per creare uno spazio e un tempo in cui di nuovo si possa davvero sentire, prima ancora che pensare.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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