Army of the Dead, di Zack Snyder

La memoria, l’incubo, l’immaginazione si mescolano in maniera ancora più netta nel cinema del cineasta statunitense con un ritmo impazzito in una ballata triste ed esaltante. Su Netflix

A 17 anni da L’alba dei morti viventi, Romero e Carpenter, indicati come all’epoca come possibili punti di riferimento, sono sempre più lontani. Con loro, e assieme a Sam Raimi, Zack Snyder oggi è l’unico cineasta statunitense che riesce a umanizzare i suoi spettri/supereroi. Army of the Dead radicalizza un personalissimo cinema di zombie in una ricchissima galleria dove sono passati anche Batman, Superman, re Leonida di 300 e Babydoll e la sua realtà immaginaria di Sucker Punch. Ci sono gli ultimi sopravvissuti dell’umanità in una città deserta, Las Vegas, terreno di un western-fantasy dove c’è un muro come nella metropoli carpenteriana di 1997: Fuga da New York. Non c’è il nero opprimente ma una luce spettrale. Il luogo devastato, le rovine attorno (il campo-lungo del cavallo tra le macerie), il grattacielo spezzato dell’Olympus.

Scott Ward (Dave Bautista), un ex-eroe di guerra che ora cucina hamburger in un locale alla periferia della città, viene avvicinato dal boss del casinò Tanaka che gli propone di recuperare un ingente somma di denaro nascosta nel caveau del casinò prima che Las Vegas venga bombardata dal governo entro 32 ore. Anche se inizialmente dubbioso, accetta la sfida sperando di ricostruire anche il rapporto con la figlia Kate. Forma così una squadra di mercenari di cui fanno parte un’esperta di meccanica, una macchina ammazza-zombie, un influencer, il capo di sicurezza del casinò, una stravagante pilota di elicotteri, un abile scassinatore tedesco, il capo della sicurezza di casinç a cui si aggiunge, provvisoriamente, una viscida guardia di sicurezza che però viene subito fatta fuori. La missione si complica ulteriormente quando Kate si mette alla ricerca di una madre scomparsa.

L’inizio è da antologia con l’assalto zombie al casinò sulle note di Viva Las Vegas. Snyder, anche autore della fotografia, si mantiene fedele ma al tempo stesso rivoluziona lo zombie-movie trasformandolo in un’imponente opera wagneriana, un impazzito film musicale che fonde l’impianto operistico con i Cranberries e Kenny Rogers. Nelle terre di confine, nelle nuvole in cielo, nell’umanità devastata emergono dalla polvere fuoco di Il pianeta delle scimmie e Mad Max: Fury Road. Ma sono tutti i frammenti di un immaginario che si manifesta attraverso frammenti di visioni. La memoria, l’incubo, l’immaginazione si mescolano in maniera ancora più netta nel cinema di Snyder. E appaiono visioni maestose come la tigre-zombie, la testa tagliata che continua a muoversi. L’action diventa una sperimentazione surrealista. Il cinema, di colpo, torna per istinto a Man Ray ed Jean Epstein. E poi c’è tutta l’epica della sconfitta. I soldi in aria, l’impossibilità di recuperare il tempo perduto. Il ritmo è impazzito, i mercenari sono anche le reincarnazioni moltiplicate di quelle di Peckinpah di Il mucchio selvaggio che entrano dentro un heist-movie che fa davvero il proprio colpo grosso in quel bombardante silenzio nella scena dell’apertura della cassaforte. La ballata, anche in quella spettacolare scena in elicottero, è triste ed esaltante. È quella della ‘città senza nome’, delle immigrazioni dei cittadini ispanici, dei muri di Donald Trump. Snyder lo voleva realizzare subito dopo L’alba dei morti viventi con la regia di Matthijs van Heijningen Jr., il regista del remake di La cosa. Ma forse proprio ora è stato realizzato in un momento decisivo. Perché ci parla dell’America, dello stato del cinema action/horror e delle sue possibili prospettive future. E con queste premesse, i risultati sono più che incoraggianti. Si, forse ora si torna a ballare.

 

Titolo originale: id.
Regia: Zack Snyder
Interpreti: Dave Bautista, Ella Purnell, Omari Hardwick, Ana de la Reguera, Theo Rossi, Matthias Schweighöfer, Nora Arnezeder
Distribuzione: Netflix
Durata: 148′
Origine: USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.86 (7 voti)
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