Aspromonte – La terra degli ultimi, di Mimmo Calopresti

Forse la domanda più emblematica tra tutte quelle che la maestra Giulia (Valeria Bruni Tedeschi) pone ai bambini di Africo è “come fate a sapere che sono felici in Australia?”, in reazione alla certezza dei suoi scolari riguardo alla serenità dei parenti e vicini del villaggio emigrati dall’altra parte del mappamondo: si tratta di un quesito senza risposta, nessuna reale informazione ricevuta da oltreoceano ne conferma la certezza con cui i piccoli mostrano di conoscere l’esistenza fortunata che si vive in una terra di cui hanno appena visto l’esatta ubicazione, per la prima volta posti dinanzi alla forma rotonda del planisfero portato in classe dall’insegnante.

Qual è la posizione che occupiamo realmente su questa terra, noi e gli altri? sembra chiedersi insomma il film di Calopresti, in cui la condizione di “ultimo” esplicitata dal titolo ha a che fare prima di tutto con il non mantenere alcuna posizione nel mondo, da cui potersi spostare o da poter rimarcare, anche soltanto attraverso un frammento di specchio o le fotografie di un reporter arrivato ad Africo e che, pubblicate su di una rivista, per la prima volta fanno venire il dubbio di essere davvero “così poveri”.

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Anche se è passato molto più di mezzo secolo dalla storia raccontata da Pietro Criaco in “Via dall’Aspromonte”, alla base dello script di Calopresti e Monica Zappelli, abbiamo ancora bisogno di costruire collegamenti, e aprire connessioni che di mattone in mattone tengano unita la nostra comunità. L’aspetto paradossale dell’impresa degli uomini di Africo, guidati da Peppe (Francesco Colella) e dallo Spaccapietre (Marco Leonardi), che convincono l’intero paese a lanciarsi nella realizzazione di una strada che porti dalle vette dell’Aspromonte giù giù fino ai servizi moderni della “marina”, è che non si tratta di una sfida unidirezionale: e dunque permettere di scendere finisce per facilitare anche le intrusioni di chi vuole salire, come le prepotenze del signorotto di zona, Don Totò (Sergio Rubini), quelle non troppo diverse del questore (Francesco Siciliano), e l’attenzione della stampa su questa singolare azione dimostrativa che coinvolge tutta la cittadinanza del villaggio, compreso lo stralunato Ciccio Poeta di Marcello Fonte.

Calopresti da un lato sembra volersi agganciare all’attuale fortuna del cinema della nuova antropologia magica all’italiana, e dall’altro lambire la natura di apologo scolpito nella pietra di certo cinema mediorientale: alcune rotture nella compostezza quasi mitologica delle figure dei personaggi, con gli attori che sembrano davvero diventare elementi rocciosi in sintonia con la fotografia di Stefano Falivene, servono al regista per rimarcare la contemporaneità della storia.

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Così, all’elicottero che appare all’improvviso, segno del presente che squarcia l’alluvione apocalittica all’orizzonte, fa eco lo svelamento sornione del reale ispiratore del tono favolistico dell’opera (fin troppo sottolineato dalla partitura di Nicola Piovani), con il cammeo del produttore Fulvio Lucisano convinto da Calopresti ad entrare in scena nel finale come l’incarnazione attuale del(lo sguardo) bambino protagonista della vicenda.

Regia: Mimmo Calopresti
Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi, Marcello Fonte, Sergio Rubini, Marco Leonardi, Romina Mondello, Francesco Colella, Carlo Marrapodi
Distribuzione: Italian International Film
Durata: 104′
Origine: Italia, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.71 (7 voti)