Bangarang, di Giulio Mastromauro

Nuota figurativamente tra il mare del porto di Taranto e l’acciaio dell’Ilva questo gran bel documentario che racconta la città intervistando i suoi abitanti più puri: i bambini. Alice nella città

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I bambini ci guardano e quando a farlo sono quelli di una delle città del sud Italia con una delle storie più disastrate di un Paese endemicamente in crisi, lo sguardo che ci rivolgono racconta meglio di qualsiasi indagine Istat l’indice del nostro fallimento in materia ambientale e sociale. Come se partisse da questo assunto, Mastromauro in Bangarang fa un’operazione concettualmente non dissimile da quella compiuta da Riondino per Palazzina LAF: entrare in maniera laterale, quasi occulta, dentro Taranto e la sua storia industriale legata con nodo scorsoio – se affonda una, l’altra le va dietro – all’acciaieria dell’Ilva dando parola esclusivamente ai suoi abitanti più piccoli e meno coinvolti. Il documentario segue con un approccio etnografico mai invadente vari gruppi di questi bambini mostrandoli nella loro routine quotidiana, fatta di passeggiate al porto della città, bagni in paludi lacustri sorte sulle rovine industriali (quando il cyberpunk è realtà!) e giri in motorino in piazze diroccate che hanno porte di calcio dove sono più i buchi che la rete. Mastromauro è abilissimo nel mostrare con riprese naturalistiche – davvero lodevole quella con la MdP sottosopra che riprende i delfini nuotare a pelo d’acqua – le bellezze naturalistiche del mare a cui Taranto ha rinunciato credendo, destino comune a tante altre realtà sparse nella penisola, al sogno industriale.

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Sogno che, oltre a rovinare in maniera quasi irrecuperabile le alternative di crescita economica, ha nel frattempo acuito i problemi sociali della città. I bambini che Bangarang filma sembrano infatti colti poco prima di una possibile caduta nella paranza, in un limine fatto di mancanze educative (quanti calci, quante mazzate si vedono e si sentono dai loro racconti) e istituzionali che causano scene che fanno quasi rabbrividire. Indicative in questo senso la passeggiata in centro delle bambine di 7 anni che ancheggiano truccate come le influencer di TikTok che tanto guardano dagli onnipresenti schermi dei loro cellulari o l’aspirazione massima di una decina di esse, nell’età che dovrebbe essere la più colma d’immaginazione, di voler da grandi diventare tutte estetiste. Mastromauro però non si fa mai circuire eccessivamente da questo moralismo borghese lasciando che il suo documentario, come indica la parola giamaicana scelta per il titolo, sia preda del caos dei suoi scugnizzi. Ecco allora che in mezzo a tante difficoltà, questi bambini riescono comunque a sorridere, e noi adulti dietro che è l’unico posto diegetico ed extra-diegetico dove possiamo stare, inconsci di cosa sia l’Ilva ma eccezionali nel tuffarsi da una roccia con vista, ahiloro, su una gigantesca ciminiera fumante.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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