#Berlinale68 – Infinite Football, di Corneliu Porumboiu

Laurențiu Ginghină è impiegato nel municipio di Vaslui. Si occupa, per lo più, della corrispondenza, smistare la posta, rispondere alle lettere. Ogni intanto si ritrova in qualche inghippo burocratico assurdo, forse irrisolvibile. È un lavoro fondamentalmente monotono, a tratti impossibile, da cui Laurențiu più volte ha tentato di fuggire, per inseguire avventure ancor più impossibili, tipo l’impiego nei sistemi di irrigazione di Reno, in Nevada, in pieno deserto… Ora il suo sogno è rivoluzionare il calcio, per rendere il gioco più bello del mondo ancor più spettacolare. Memore di un incidente di gioventù, un contrasto durante una partita, che gli era costato prima il perone e, poi, a distanza di qualche mese la tibia, Laurențiu ha sviluppato tutta una sua teoria sugli assembramenti negli angoli retti delle linee di fondo e, più in generale, su tutte le regole e le dinamiche che, a suo modo, rallentano le partite. L’obiettivo di fondo è “velocizzare la palla” e non i movimenti dei calciatori: perciò, arrotondare gli angoli del campo, secondo uno schema ottagonale e non più rettangolare, suddividere ogni squadra in due sottosquadre, una per la difesa, una per l’attacco, introdurre linee intermedie “invalicabili” per i calciatori, che quindi non possono passare da una sezione all’altra, riformulare le regole del fuorigioco, e così via… è difficile persino da spiegare, il progetto di Laurențiu, tanto più che le sue idee si modificano sulla scia delle obiezioni teoriche e a ogni fallimentare prova dei fatti.

fotbal infinitChe il suo football 2.0 sia un’assurdità? Tutti sono scettici. Tranne l’amico Porumboiu che lo segue ovunque, nella fabbrica in cui lavorava da giovane, in municipio, a casa, nella terribile e ingolfatissima partitella di calcetto in cui sperimenta le sue innovazioni, suscitando le rimostranze dell’allenatore con tanto di tuta della Romania. In fondo quello di Laurențiu è un sogno antistituzionale che è solo la punta più avanzata di un pensiero incline all’esagerazione, a confondere, magari, la razionalità con il desiderio, la concretezza con la fantasia, la sciocchezza con il genio. Porumboiu sta sull’amico e lo lascia parlare, senza staccare mai, anche nei momenti in cui i discorsi si fanno palesemente senza senso (come quando paragona se stesso a Superman e a Spider-man, eroi dall’apparente quotidianità anonima), quasi rinunciando alla selezione, alla separazione del necessario dal superfluo, all’organizzazione dell’ordine di un discorso. Finché le immagini sembrano scivolare nella deriva delle lungaggini e rinchiudersi nell’impasse. Ma sono proprio i vicoli ciechi, le strozzature nelle situazioni (e quindi nelle storie e nella visione) a creare tutta la densità di Infinite Football e più in generale di questo cinema rumeno, che sembra sempre registrare una realtà che gira a vuoto, persa nei meandri dei tempi morti burocratici, delle afasie sentimentali, delle prospettive inconcludenti (e non è una caso, credo, che questo mio pezzo sia scomparso un paio di volte in corso d’opera…). Sì, è ovvio, le differenze tra sguardo e sguardo sono abissali, ma dai film di molti autori emerge comunque un quadro comune e coerente, al di là poi delle etichette, delle scuole e delle onde (e qui, nei titoli di coda, uno dei primi a essere ringraziati è Mungiu…).

fotbal infinit2D’altro canto, la dote eccezionale di Porumboiu è nella capacità di scoprire quella follia lucida e leggera che scorre sotto la superficie compatta, grigia, sommessa del quotidiano e che arriva a forzarne i limiti, ad aprire smagliature di libertà. “La tua è un’utopia politica?”, chiede infine al suo protagonista, ma non tanto per incalzarlo, direzionarne il pensiero verso un discorso preordinato, quanto per provare a immergersi ancor più nella sua prospettiva. L’altro nega, ridimensiona, adduce semplici motivazioni pratiche. E del resto, forse, è proprio questa la follia di Laurențiu, che nel rigore dei suoi ragionamenti a loro modo stringenti, sembra togliere quasi respiro al gioco e alla realtà. Che, invece, ha i suoi fantastici imprevisti, le interruzioni (il telefono che continua a squillare), i deliri kafkiani (la vecchia signora che cerca di recuperare un terreno che ha perduto ai tempi del comunismo…), le sue gioiose incongruenze. Il fattore umano è ancora fondamentale. A dispetto delle tecniche, delle regole, delle “immagini” dello spettacolo.

L’utopia, forse, è quella sognata da Porumboiu, che nelle farneticazioni di un “rivoluzionario” pare riconoscere il desiderio di una “terza via”, lontana dalle omologazioni del mainstream e dalle gabbie della pianificazione dittatoriale. E perciò torna ai campi di calcio e rinuncia di nuovo al controllo delle immagini, per inventarsi lampi di poesia corsara, come in quel finale on the road, quel movimento lento che dal vuoto della campagna porta ai voli di airone di una vecchia sigla sportiva rubata su youtube.