Berlinale74 – Incontro con Piero Messina ed il cast di Another End

Dopo la presentazione in concorso alla Berlinale, ecco il nostro incontro col regista insieme al suo cast per raccontare dove nasce la storia e come i loro personaggi hanno preso vita.

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La perdita ed il rapporto d’amore sono due elementi ricorrenti nel cinema di Piero Messina. Questo secondo lungometraggio, arrivato a distanza di nove anni dal debutto veneziano con L’attesa, riparte dalle stesse tematiche, declinate stavolta in un melo di genere fantascientifico. Il regista comincia con un’avvertenza, parlare del suo cinema lo imbarazza, poi cerca di spiegare dove e come è nata la storia che ha deciso di raccontare, qualcosa di personale, strettamente collegato con quelle che sono pure e semplici esigenze narrative: “Nella separazione si crea qualcosa, nell’assenza si definisce ciò che è stato, e dal punto di vista narrativo è molto fertile. Cosa amiamo quando amiamo qualcuno? Questa è una domanda che ci siamo fatti spesso in fase di scrittura. Amiamo le parole, i pensieri, quello che sappiamo, o crediamo di sapere dell’altra persona, o riguarda i corpi, la presenza, l’essere insieme nello stesso luogo, quello che i corpi si trasmettono, mentre le parole dicono altro? L’immagine nitida che avevo davanti a me durante lo sviluppo del progetto era questi corpi che si guardavano muti nel silenzio del risveglio in una dimensione spirituale. Ed in quel guardarsi, nell’immobilità e nel mistero di quello sguardo, vedevo qualcosa da raccontare“.

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Il film presenta un cast che vede come protagonisti Gael García Bernal, Renate Reinsve e Bérénice Bejo, tre nomi importanti che raccontano le angolazioni e la preparazione dei loro personaggi, dove nascono le sfumature, il lavoro da compiere per ottenere un risultato credibile ed in linea con l’idea di quanto si voglia costruire per lo schermo. Comincia Gael: “Come sapete ogni film è un universo a sé, naturalmente i personaggi vengono trovati nel lavoro di preparazione, camminando si riflette e si scoprono cose, un certo tipo di linguaggio e delle prospettive differenti. Abbiamo giocato sulle possibili ramificazioni del personaggio e della storia stessa, ci siamo chiesti cosa era accaduto prima e cosa dopo. Questo processo ti aiuta ad entrare nel personaggio, e man mano che cominci ad interpretarlo vengono fuori dei domande ogni giorno, in questo caso quesiti filosofici“.

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Il personaggio di maggiore difficoltà è senza dubbio quello di Renate Reinsve, premiata a Cannes per La persona peggiore del mondo e protagonista anche di un altro dei titoli in concorso alla Berlinale A different man, che in questo film vive uno sdoppiamento: “Già è difficile interpretare un personaggio, figuriamoci due. Trovare l’equilibrio tra quello che ciascun personaggio conosce, tra i loro ricordi e gli stati d’animo, in ogni preciso momento. Ed anche il tipo di fisicità, considerata anche un minimo di differenza tra i corpi, un lavoro molto complesso, per un attrice un’occasione straordinaria. Se Ava è un personaggio che ha avuto un rapporto molto vicino con la morte ed il lutto, Zoe al contrario è piena di vita. All’inizio  facevo fatica ad entrare nei panni di Ava con la sua profonda sofferenza, dopo aver visto il film posso dire invece di amarla particolarmente“.

Ogni attore, aggiunge Gael, mette nel film qualcosa di proprio, a prescindere dalla simpatia, libero di interpretarlo ascoltando gli echi che può suscitare in lui. Non si tratta certamente di compilare un curriculum vitae o mostrare di avere un vissuto sufficiente per giustificare questo tipo di rappresentazione, è un processo poetico e creativo che ruota attorno all’artificio di un’opera di finzione: “In questo caso, parliamo di una favola fantascientifica, quindi uno si butta, cerca di giocare con quello che ha a disposizione. Ma non dobbiamo pensare che l’artificio sia qualcosa di completamente astratto, è pieno di realtà, ma la realtà è una conseguenza, non il punto di partenza. Facile pensare un attore parta dalla realtà, quando tutto nasce da una creazione artistica”. 

Ma se qualcuno si trovasse nella stessa situazione del film, cioè avesse la possibilità di far rivivere qualcuno grazie all’uso di una tecnologia, come si comporterebbe? “Mai e poi mai ricorrerei ad una tecnologia del genere, – dice Bérénice Bejo, – la vita è quello che è, e riserva qualcosa ad ognuno di noi. Anche se da stamattina facendo delle interviste insieme a Gael sto quasi cambiando idea. Quando cioè si perde qualcuno da cui non si è avuto tempo di congedarsi, a causa di qualcosa che accade all’improvviso, come ad esempio potrebbe essere un incidente d’auto, forse potrebbe valere la pena di avere quell’opportunità. Nel film il personaggio di Gael si innamora di questo donna che ha un corpo che lui non conosce, pur avendo il sentimento e la memoria di quella che era la sua compagna. Il fulcro del film sta nello scoprire che cosa ci fa innamorare di una persona“.

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