Blog ILCIOTTASILVESTRI – Carlo Vanzina, il vichingo venuto dal sud

di Roberto Silvestri

Dei due era il meno estroverso. Una specie di umorista inglese, fisicamente molto somigliante a Stan Laurel. La leggenda diceva che sul set Carlo Vanzina era concentrato solo sul ritmo delle battute, e disinteressato alla bellezza dell’immagine. Servo dell’attore comico come Steno e Mattoli lo erano stati di Totò. Peccato che i comici delle generazioni più vicine dopo un briciolo di celebrità decidevano di mettersi in proprio e di diventare registi, disperdendo quello che poteva essere un modello di commedia originale, solo nostra, sempre più perfezionata e soprattutto esportabile.
Abituati dal padre Stefano Vanzina a comprendere da un solo gesto, una mutazione epocale nel costume, figuriamoci come i due ragazzi Carlo e Enrico Vanzina reagirono di fronte al terremoto biopolitico avvenuto quando erano ventenni tra il 1968 e il 1978 in Italia. Un “uno-due” traumatico che, dall’autunno operaio e dalla stagione stragista di stato, ancora impunita, e dai bonzi che si lasciavano bruciare contro l’aggressione americana in Vietnam, porterà al lento suicidio della sinistra, dopo l’assassinio Moro e scorta e l’avventura terroristica “dolce”dei Weather Underground..
Cautela si richiede quando la rivoluzione è antropologica, oltre che sociale. Pasolini aveva avvertito. Combattere gli anni di piombo era stato il compito della generazione di papà Steno, di Totò, Bava e Vivarelli e Fulci. Stiamo parlando, con l’eccezione del decennio 1968-1978, dell’Italia che dai bui anni 50 di Greggi e Scelba arriva fino ad oggi, del paese che mise al rogo Ultimo tango e stagliuzzò qualunque film fino alla disastrosa “legge Mammì” e alla “licenza di annegamento” che un ministro della repubblica si è placidamente concesso senza venire immediatamente messo alla porta.

Ma da Di Pietro a Di Maio il panorama si è complicato maledettamente. Fare commedia significa essere intransigentemente moralisti. Ma sulla base di quali principi etico-politici forti? Il prossimo film annunciato dai fratelli Vanzina per l’autunno 2018, spiegava nel maggio scorso Enrico Vanzina, è “un divertente riassunto dello sfascio totale, per mostrare come è comica e farsesca, per certi aspetti, la politica italiana. Noi abbiamo sempre raccontato la politica, e non è un caso se il film più preciso su Mani Pulite sia stato S.P.Q.R. Duemila e mezzo anni fa, del 1994”. Le “buche” della sindaca Raggi già bastano e avanzano come titolo.
Purtroppo però, Carlo Vanzina non c’è più. Dopo Vittorio Taviani. E’ l’anno delle coppie di cineasti che si spezzano.
Enrico però sa bene che lo show business deve andare avanti. E, come scrive Aldo Grasso in prima pagina del Corriere della Sera la mattina dell’8 luglio 2018, proprio il giorno della morte di Carlo, ma ancora senza saperlo, “ai fratelli Vanzina va riconosciuto il merito di aver fatto non film nostalgici sul passato, ma film distopici sul futuro”.
Questo essere semre avanti sul tempo, più del provocatorio “romanaccio” e di quel certo sguardo obliquo su Milano e sul Milan, ha reso indecifrabile al critico colto, ma poco avvezzo alla fantascienza, la comprensione delle loro commedie. Pensiamo a Morandini e a tutto il gotha critico italiano, Ghezzi, Giusti, Della Casa, e pochi altri esclusi. Film che erano invece profezie grottesche di immensa importanza, raccontate con semplicità, come fossero facezie, affinché le comprendesse anche l’ultimo della classe III C.

Anche se SPQR rispetto all’energia da musical che il duo aveva trasmesso ai giovani anni 80, per esempio con il fondamentale “quartetto di Abatantuono” (il nostro libro di testo Grease), contagiandoli perché si attivassero, segnava una battuta d’arresto inquietante e misteriosa. Ai ragazzi storditi degli anni 90 arrivava la cupa presa d’atto, troppo adulta e consapevole, ci parve, che neppure Tangentopoli avrebbe mai modificato la decadenza del paese.
Neppure approfittando di qualche varco che il nuovo codice di procedura penale – credo grazie al ministro socialista Zagari – apriva per terrorizzare e far cantare, una volta tanto, invece dei soliti detenuti poveracci, alcuni papaveri politici, responsabili di appropriazione indebita di soldi pubblici. Da Craxi a Bossi è stato lo sport più amato dal Palazzo. Era quasi un invito alla diserzione. Alla fuga. All’esodo per le giovani generazioni della Pantera, dei centri sociali, della guerra alla globalizzazione. Forse ci aspettavano anni ancora più bui di quelli di Craxi e Berlusconi. Avremmo rimpianto la Milano da bere, come forse perfino la Dc. Sembrava questo il cupo messaggio del Vanzina Show.
Ma torniamo indietro.

Si diceva, alla fine degli anni 70, che i fratelli Vanzina rispetto ai comunisti di Cinecittà, Scola, Monicelli & Co., erano un po’ più democristiani, facevano commedie divertenti e anche un po’ graffianti, ma giocondamente giovaniliste e centriste, senza nemici precisi da colpire. Insomma film “da parrocchia”. O meglio si scriveva che proseguivano la tradizione antica del nostro cinema, post e prefascista, come se il sessantotto non avesse lasciato segni. Già. Allora un film, senza la presenza di un prete e di un cane da amare, almeno in qualche sequenza, mai avrebbe sperato di accedere ai contributi ministeriali elargiti dalle stanze benedette di via della Ferratella, belli e pronti solo per i prodotti nazionali catto-cristiani doc. Chi faceva horror, chi faceva porno, chi faceva Decameroni. Chi faceva ultraviolenza o satira politica veniva investito in quelle stanze dalla scomunica e dall’anatema. Roba da pazzi. Altro che rimpiangere Andreotti.

Però l’oratorio evocato dai fratelli Vanzina, con la presenza fissa del prete giovanilista scatenato e un po’ osé, a cui Christian De Sica- Don Buro-Fra’ Rodolfo da Ceprano renderà perenne omaggio in Vacanze in America (1984), era già piuttosto strano, da messa rock, un terreno di gioco più simile a una discoteca per undicenni scatenati che a un campetto di basket, spudoratamente misto, mai apartheid. Sconcertante. Donne nello spogliatoio, insomma. Mai visto, e questo molti anni prima di Espn, il canale sportivo via cavo made in Usa che invia invariabilmente le reporter nelle docce, dopo ogni Superbowl.
E allora si diceva che i film dei Vanzina erano un po’ liberali, ma non nel senso dei Kennedy, ma di Malagodi. La metropoli, la fortuna, la lotta, la libera impresa, la concorrenza, il merito, il sesso stile Samila, il consumo, il “vogliamo tutto e subito” contro il pauperismo, il patriarcato, il feudalesimo, la corruzione, la partitocrazia, le borboniche leggi arcaiche, l’ascesi, l’astinenza e le vecchie idee.

Dentro il quartetto di Abatantuono, dal 1981 al 193 (I fichissimi, Eccezzziunale veramente, Viulentemente mia, Il ras del quariere) o Sapore di Mare e Vacanze di Natale, emergevano i piaceri cinefili di Carlo Vanzina, i costumi mutanti del paese e dei referendum vinti sul divorzio e sull’aborto, la controcultura di Re Nudo e di Fallo! e qualche speranza vera di cambiamento. In meglio.
Esplodevano però, ben al di là del centrismo conservatore dell’Europa dell’Ovest, le contraddizioni del socialismo autoritario e burocratico dell’Europa dell’est che stava diventando pure anti-operaio, dopo le rivolte di Berlino, Budapest e di Solidarnosc.
In quel momento i Vanzina sembrarono comprendere meglio di altri i movimenti subcutanei delle generazioni insorgenti. I sentimenti dominanti cambiavano. Non più altruismo, solidarietà, generosità, voglia di cambiamento, le pulsioni interiori delle grandi lotte studentesche e operaie nel mondo. Dopo la sconfitta, dopo i licenziamenti e i robot in fabbrica, ecco avanzare la nuova triade: “cinismo, opportunismo e paura”, come scrive il filosofo Paolo Virno in I sentimenti dell’aldiqua. Senso di marcia invertito.

E’ il detour del riflusso. Marx, Lenin e Mao venivano sostituiti da Craxi-Berlusconi-Salvini. Eppure i Vanzina, come Virno, non pensano di arrendersi. Vedevano in questi sentimenti non solo materiale ghiotto da elaborare in film, ma uno stimolo al cambiamento della vita. In linea con alcuni cineasti della New Hollywood come Dante, Landis, Zemeckis e Spielberg, che cominciano a viaggiare a ritroso nel tempo, o molto in avanti, per scavalcare i tempi bui del presente. Riattivando cose antiche, dimenticate e fertili.
Gli italiani dei Vazina non sono simili a quei quarteback dei 49ers nudi di Espn. Certo Raoul Bova, l’alto Max Tortora e il poli-gender Christian De Sica fanno la loro figura. Ma il baricentro è più “andreottiano” che moroteo. Erano vivisezionati a lungo nei loro corpi slabbrati, denti imprecisi, grasso di troppo, gesticolar maschio, un po’ come dei mostri, i nuovi comici (Boldi, Abatantuono, Pozzetto, Jerry Calà e i loro maestri come Lino Banfi e Santo Bombolo…), perché fanno ridere così il grande pubblico. Le donne, scelte da Carlo Vanzina soprattutto, mai. Modelle. Perfette. Magrissime. More o Bionde. La figlia di Paolo Ferrari, Isabella o Carol Alt, leader di una genia di adorate bellezze straniere algide ma mai idealizzate o messe sul piedistallo. Ricordate Iside, sulla biga di SPQR? Già riassume tutto Gola profonda in una replica sola: “No, Non la faccio la pompa, sulla biga”. Utopia di una Italia che basandosi su quelle diete temperanti avrebbe potuto crescere almeno moralmente. Imparando il rispetto degli altri. Migliorando il panorama. Evitando di esibire quel consumismo da minorati fisici che oggi ammiriamo nella parte tetra del nostro governo e soprattutto nelle gambe, allargate fino a quasi a sconfinare all’estero, del nostro ministro degli interni.

Da Antonio Pietrangeli e da Billy Wilder, i figli di Steno avevano rubato il primo segreto fondamentale della commedia moderna. I personaggi femminili non sono lo sfondo insignificante, ma la sostanza stessa della comicità seria, quella che non si compiace della propria volgarità, anzi la bacchetta. E fin dentro il dettaglio più microscopico. Pochi cineasti della loro generazione e di quella immediatamente precedente, se ne accorsero. Alberto Grifi e Nanni Moretti, per esempio, fini umoristi. Infatti il nostro cinema politico, quello più indignato, nel senso di “occhi rossi sul pianeta Italia”, che ci ha restituito la scultura interiore di un popolo, è proprio concentrato qui, in questo triangolo delle Bermuda dell’immaginario incandescente. Nelle increspature del racconto “incivile”, oltranzista, di cattivo gusto, tra controcultura, satira hard e satira soft, piuttosto che nel cinema civile di Rosi, Petri e Damiani. Che poi Moretti riempisse di sacerdoti i film e Grifi no, non conta. Puntavano a mercati differenti. Ci sono utilitarie e fuori serie. Artisti che vanno a stagioni e artisti che pensano ai secoli venturi.

Carlo si occupava del raccordo tra grande cinema classico hollyoodiano (e Lubitsch e Wilder in particolare) e bellezze esotiche. Enrico di impreziosire il tutto di sport e politica (è un giornalista del Messaggero, da quasi trent’anni, oltre che romanziere di grande successo). Il binomio era perfetto. Speriamo che continui, tanto la sintonia era automatica. Anzi i loro 60 film e più sono diventati il terreno di saccheggio del cinema d’autore. Anche se pochi riusciranno a rubarne il segreto ritmico, fatto di contaminazioni magiche tra calcio, divismo, frammenti di New Hollywood, cronaca rosa e nera, twitter dei poltiici ante litteram, e jingle pubblicità. Hanno davvero gettato alle ortiche il vecchio immaginario del ventennio Dc. Matteo Garrone citerà perfino, con sorprendente afflato buonista Un matrimonio da favola in Dogman (nella sequenza del piccolo cane schiacciato dal cleptomane distratto Max Tortora). E Sorrentino quando pensa al film su Berlusconi fa più la parodia delle loro satire, che del “vero” ex Cavaliere decaduto. Soprattutto dopo la battuta gridata dopo la festa romana antica super squallor di Non si ruba in casa dei ladri: “Ah Maronaro, a te la Grande Bellezza ti fa una pippa!”.