Blog NET NEUTRALITY – Quando Herzog relativizzò le storie

Per tre volte in sei mesi, Werner Herzog incontra l’ultimo segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, l’uomo della Perestrojka e della Glasnost, Nobel per la pace nel 1990, Mikhail Gorbachev. Documentario girato nel 2018 (uscirà in sala a gennaio), con il politico 87enne e una salute compromessa. Ancora una volta il regista tedesco “omaggia”, nel giro di poco tempo, due importanti uomini della sua vita, per ragioni e contesti diversi. Dapprima Bruce Chatwin, suo amico e, per certi versi, ispiratore, ritornando sui suoi passi e ricostruendo il suo viaggio infinito, e adesso Gorbachev, l’uomo che ha contribuito alla riunificazione della Germania e alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 (il 9 novembre fanno 30 anni…), grazie alla sua politica di democratizzazione e la dissoluzione della URSS. Ritorna in mente, dopo questa visione, il Gorbachev della fenomenale serie tv Chernobyl, in cui sembra venir fuori un profilo devastante del personaggio. Da molti accusato di scarsa capacità decisionale, nonostante il grande consenso pubblico ricevuto nei primi tre anni di ascesa politica. Da altri invece è stato accusato, al contrario, di eccessiva frenesia nella ricerca del rinnovamento, senza preoccuparsi abbastanza e soprattutto della questione etnica, rivelatasi in seguito un errore fatale. Ridurre per esempio il nazionalismo baltico ad un problema economico, anzi economicistico: migliorando le condizioni economiche tutto sarebbe andato automaticamente apposto. E cosi non è stato…

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Riconoscenza. Ecco questa sembrerebbe essere la parola chiave del più recente Werner Herzog, proprio quando richiama a se personaggi disintegranti, per indole, come l’amico Chatwin, o per destino geopolitico, vedi Gorbachev. Immagini di repertorio, di “loznitsiana memoria” con funerali di stato per Breznev, Andropov, Cernenko, sul distastro nucleare in Ucraina, sulla catena umana nella “via Baltica”, lunga 600 km, tra Lituania, Lettonia, Estonia. E poi, ancora, le guerre civili, Crimea 1991, le guerre planetarie, il Kuwait di Saddam, la caduta del muro, gli incontri con i capi di stato, Bush, Reagan, Thatcher. Tutto meravigliosamente accolto nel raccontare il Secolo Breve (secondo Eric Hobsbawn il cosiddetto secolo breve va dal 1914 alla fine dell’Unione Sovietica) mai disperdendo definitivamente il cammino solito e prescindendo dalle convenzioni di genere, prescindendo dal racconto consequenziale orizzontale, per mascherare delle fuori uscite trans, ellittiche, estraneità alla storia raccontata, incanti dinanzi al silenzio, al “pensiero nuovo”, al tormento della sconfitta. Da… Da… esclamazioni affermative che suonano come parentesi spazio/temporali, sono le ultime parole di Gorbachev, quasi a voler confermare questa riconoscenza, come l’auspicio di una fatidica riconciliazione. Ma riconoscenza non si intende soltanto quella manifestazione di devozione per un benefattore, per Herzog si intende stavolta anche la capacità di riconoscere una connessione con il presente, decidendo di viverlo intensamente attraverso la gratitudine o la disperazione. Riconoscenza allora converge verso il riconoscimento audio/visivo: Herzog è presente in campo, partecipa con la voce e il corpo, argomenta come pochi, il suo nome non manca nel titolo. E Gorbachev si racconta liberamente, dalle sue origini umili al coronamento del sogno politico, infranto contro la corruttibile arma della democrazia, che straripa quando arriva e sommerge tutto e tutti, tranne coloro che a galla ci restano per “indole”, a “sciacallare” sui detriti della menzogna.

L’ascesa parte nel 1985, dopo aver militato nella “Charta 77”, movimento del dissenso cecoslovacco nelle cui file annoverava, tra gli altri, Zdenek Mlynar, padre della primavera di Praga nel 1968, nonché compagno di classe di “Micha”, e Vaclav Havel, futuro Presidente della Repubblica Ceca dal 1993 al 2003. Ma il punto è un altro: quel socialismo dal volto umano, poteva mai andare d’accordo con un nevo vinoso così visibile. Appunto, Micha non ha voluto mai curarlo ed eliminarlo, è stato sempre il suo segno distintivo, anche per i vignettisti, i satirici, i politologi, i suoi detrattori. Nevo vinoso, è una voglia, vasi sanguigni della pelle dilatati, permanenti e malformati. Il socialismo dal volto umano nella versione gorbacioviana, rivendicò trasparenza e ristrutturazione. Ma, anziché riformare, finì per fare implodere l’impero. Ebbene, a questo punto, il punto cruciale è il nevo vinoso, che si espande come un’appendice dell’Impero, una repubblica isolata del dissenso, talmente visibile quanto innocuamente tollerabile. In effetti Herzog sembra istintivamente concentrarsi su quell’isola sanguigna, sanguinaria, confondendo le storie private e pubbliche del personaggio, facendo credere di perdersi e distrarsi su quella macchia troppo presente, invasiva, visivamente invadente. Lo sguardo non può fare a meno di restarci su, anche per brevi istanti, sufficienti per creare un diversivo, un nuovo attacco, un terrificante boato. Lo stesso boato del 1986 a Chernobyl, spartiacque sulla trasparenza, prima imponente falla sulla ristrutturazione.

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Chernobyl probabilmente ha dato il via alla disgregazione geopolitica, nonostante l’occultamento e l’omertà di Stato. Chernobyl è l’eclissi dello spirito, tipo quella rilevata 100 anni fa, il 6 novembre 1919, da Albert Einstein, misurazione che fece tramontare l’universo di Newton e confermò la teoria della relatività. Se quella eclissi illuminò il mondo, Chernobyl, eclissi dello spirito, dall’alto dei cieli, ma ancora più su, si trasformava sempre in un nevo venoso, nel mistero del non comprendere, lo sguardo dal cielo ritornava inesorabilmente, ancora una volta, alle macerie del nostro Secolo Breve. I marziani siamo appunto noi, e James Gray compie perfettamente questa ennesima inversione prospettica in Ad Astra, altro capolavoro sulla stagione morta delle nostre fortune, eclissi temporanea della nostra facoltà di sentire o curarci di ciò che esorbita dai problemi immediati del nostro materiale benessere. Con James Gray siamo già stati commossi al di là del sopportabile, e abbiamo bisogno di riposo. Così che Einstein e il nevo venoso sono ormai simboli della cultura pop, ma allo stesso tempo stabilmente radicati nel patrimonio culturale dell’umanità. Herzog compie il miracolo di fondere cronaca dei fatti sull’uomo privato e pubblico relativizzando, con l’ennesima deflessione della luce, l’apparato visivo, sempre in intima unione e riconoscenza tra il bello, la catastrofe, il vero e il reale.

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