"Bye Bye Blackbird". Marion Cotillard: l'attrice contemporanea


Se la contemporaneità è un sentimento più che una categoria, una coalescenza tra istanze passate e sentire futuro che sfugge a ogni classificazione per entrare nel regno della percezione…allora Marion Cotillard è l’attrice contemporanea per eccellenza. Eterea, ferina, struggente nell'ultimo splendido film di Jaques Audiard

------------------------------------------------------------------------
IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Cet air qui m'obsède jour et nuit

Cet air n'est pas né d'aujourd'hui

(Edith Piaf, Padam Padam)

 

--------------------------------------------------------------------
#ArenediRoma2021 – Tutte le arene di cinema della capitale


--------------------------------------------------------------------

Bye Bye Blackbird. Le ultime parole pronunciate in Nemico Pubblico (2009) di Michael Mann. Le ultime parole di John Dillinger morto in immagine, su uno schermo, mentre dona lo sguardo al Clarke Gable di Manhattan Melodrama… e poi ancora morto in strada, all’esterno di un cinema, mentre si consegna al Mito crivellato di pallottole. Ma questo Dillinger/digitale che muore come corpo e nasce come immagine, deve prima dire addio al suo sogno di libertà. Sogno incarnato dal vol(t)o piangente dell’amata Billie Frechette/Marion Cotillard nelle ultime inquadrature del film: sintesi perfetta e straniante del discorso manniano sulle nuove frontiere del visibile. Perché Billie non può morire come John: lei è già immagine-contemporanea dalla prima inquadratura, elemento di contaminazione, meticcio franco-indiano con accento appena udibile e bellezza clamorosa in un vestito rosso fuoco che sfonda l’immagine digitale più di qualsiasi campo lungo. Tutti i personaggi di Public Enemies vogliono ardentemente essere “dentro” quella storia, tranne loro due: John che brama di evadere sino alle estreme conseguenze e Billie che ne è statutariamente fuori sin dall’inizio. Molto prima del divo Clarke Gable sul grande schermo, quindi, è proprio lei che ruba lo sguardo a Dillinger e a noi spettatori con candore antico e movenze contemporanee.

nemico pubblicoEcco, fermiamoci qui: Marion Cotillard è esattamente questo. Un’attrice venuta dal passato con uno sguardo proiettato al futuro. Una donna che fonde costantemente l’eterea presenza fantasmatica e (ultra)femminile tipica delle dive anni ’20, con un’intelligenza di scelte e una verosimiglianza nella gamma recitativa tutta interna al cinema degli anni ‘00. Perché se la contemporaneità è un sentimento più che una categoria, una coalescenza tra istanze passate e sentire futuro che sfugge a ogni classificazione per entrare nel regno della percezione, allora Marion Cotillard è l’attrice contemporanea per eccellenza. È letteralmente quell’impalpabile blackbird che spiana le ali (“dalle tue parti passerotto si dice Piaf”, le profetizza anche Gerard Depardieu in La vie en rose…) e vola altissimo dall’Europa ad Hollywood mantenendo intatto l’ideale equilibrio tra mimetismo attoriale e prorompente presenza scenica. Per certi versi è la vera erede di Catherine Deneuve o della sfortunata Françoise Dorleac, vissuta solo l’arco di pochi film ma “proiettata” per sempre giovane e bella nel cul de sac dell’eternità.

jeux d'enfantsMarion nasce a Parigi nel settembre del 1975 – proprio l’anno in cui François Truffaut presentava L’Historie d’Adéle H., tutto il passato e il futuro del cinema condensato in inquadrature di bollente passione – da una famiglia di artisti: madre attrice teatrale e padre attore/regista. La piccola di casa era spesso utilizzata negli spettacoli in giro per la Francia quando c’era bisogno di una bambina. Insomma, il “ruolo” di attrice le era stato cucito addosso sin dalla nascita. Prosegue gli studi alla scuola di recitazione del Conservatoire d'Orléans e inizia con piccole parti la sua carriera in Tv e al cinema. Sino a quando, nel 1998, tenta un provino per quel folle creatore di mondi paralleli che è Luc Besson. In Taxxi (una delle trovate bessoniane più commerciali e ludiche, che aprirà la strada a una fortunata trilogia) Marion riesce ad avere il ruolo della bella Lilly, fidanzata del protagonista Daniel nonché molla costante del suo desiderio e dell’azione sfrenata del film. L’attrice nata non poteva trovare “casa” migliore dell’EuropaCorp di Besson, una sorta di factory cormaniana nel cuore dell’Europa. Il grande pubblico e il cinema di serie A l’avevano ormai conosciuta: il più era fatto. Riceve la sua prima candidatura al César per il doppio ruolo in Les Jolies Choses, dove interpreta due gemelle in un pericoloso e ambiguo scambio di identità; poi, in pochi anni, riesce a ritagliarsi ruoli da protagonista in irriverenti film di genere come Furia di Alexandre Aja o Jeux d'enfants di Yann Samuell e piccoli ruoli in produzioni importanti come lo splendido Big Fish di Tim Burton (dove è la nuora francese che diventa la luce rigeneratrice dei sogni del vecchio Albert Finney) o Una lunga domenica di passioni di Jean Pierre Jeunet (dove interpreta la spietata vendicatrice Tina Lombardi) per il quale vince nel 2005 il suo primo César.

la vie en roseDa questo momento in poi la sua carriera sarà equamente divisa tra Francia e Stati Uniti, con ruoli molto diversi tra loro ma sempre strettamente connessi alla dicotomia interiorità/immagine. I suoi personaggi nei film francesi sono donne perennemente legate a un’identità forte e spesso destinate alla tragedia come, ovviamente, la divina Edith Piaf. Il tradizionale biopic diretto da Olivier Dahan è totalmente al servizio dell’interpretazione di Marion Cotillard, che in un notevolissimo sforzo mimetico entra non solo nel corpo ma anche nel dramma di una donna divisa tra l’endemica disperazione privata e il trionfo totale nell’arte. La giovane promessa del cinema francese diventa così la seconda attrice (dopo Sophia Loren, nel 1960, con La Ciociara) a vincere un Oscar come miglior interprete protagonista per un’opera non in lingua inglese. E ancora: nel bel film del compagno Guillaume Canet (Piccole bugie tra amici) interpreta Marie, un’infelice trentenne persa già in un passato di abbandoni e rimpianti, che è il vero volto tragico di questa commedia. Quindi: l’essere (bella) donna al “cinema” in Europa si porta dietro indissolubilmente tutta una tradizione di rivincite e sfide al patriarcato o all’ordine stabilito che spesso producono disastrose sconfitte in amore. Il Divismo, si sa, nasce spesso proprio da qui.

midnight in parisIn America, invece, Marion diventa pura immagine: letteralmente una proiezione dell’inconscio di Leonardo Di Caprio in Inception di Nolan. Da un lato oggetto perenne di ogni sguardo e dall’altro rilancio sentimentale dello stesso, catturata appena da uno stacco di montaggio e poi evasa in un batter d’occhio. Proprio come nellottima annata di Ridley Scott, dove il cinico Russell Crowe percepisce Marion alla stregua di una proustiana porta che si (s)chiude sul passato proiettandolo istantaneamente verso l’inaspettato futuro amoroso. O come nei tour onirici del cine-Novecento alleniano di Midnight in Paris dove Marion è pura immagine incorporea, prima musa di Modigliani e Picasso e poi impossibile sogno di evasione dello stralunato viaggiatore nel tempo Owen Wilson. L’intera sequenza che precede la sua entrata in campo è di una valenza paradigmatica a dir poco cristallina: Pablo Picasso e Gertrude Stein battibeccano sull’effettiva riuscita del ritratto di Adriana, l’uno rivendicando la passionale carnalità del dipinto e l’altra rinfacciando la totale mancanza di obiettività. La poetessa e il pittore discutono del complesso e sottile confine che si instaura tra immagine ed essenza. Nel frattempo però entrano nella stanza Ernest Hemingway accompagnato dal giovane Gil/Owen Wilson, che viene subito assunto come cavia: “qual è la tua prima impressione di Adriana?”. Stacco di montaggio e primo piano di Marion Cotillard. La risposta del folgorato Gil, che renderà superflua ogni altra disquisizione estetica, sarà semplicemente: “eccezionalmente bella!”. L’orgogliosa ragazza europea, quindi, diventa oltreoceano l’eroina-fantasma di un cinema contaminato ed emblema del contemporaneo. Il suo corpo d’attrice riesce a calamitare e rilanciare nel virtuale ogni istanza di un antico spazio sentimentale: fondendo azione e sogno; sconfitte umane e rinascite immaginifiche; danze di memoria (di gran lunga l’interprete più convincente in Nine di Rob Marshall, sensuale ed algida nel contempo) e incubi futuribili (variabile impazzita e “rapita” proprio perché capace di vedere nelle immagini di repertorio la radice del Contagion di Soderbergh).

il primo piano finale di Nemico PubblicoE allora, chiudiamo anche noi il cerchio: torniamo da Billie Frechette in Nemico Pubblico. Torniamo all’inebriante primo piano in lacrime di una Cotillard totalmente “dentro” il film come attrice e totalmente “fuori” dal film come immagine. Primo piano insistito e insistito ancora, sino all’apertura della porta di un carcere che mette fine (?) alla storia. Una dissolvenza in nero su una gabbia che si apre – apertura del Reale direbbe Slavoj Žižek – dove lo sguardo/cinema di Marion può di nuovo evadere e volare via. Volare leggero per poggiarsi su altri set al di qua (lo strepitoso Un sapore di ruggine e ossa di Audiard) o al di là (ancora un etereo volatile, Nightingale, di James Gray) dell’oceano e del nostro immaginario. Perché, in fondo, sono sempre fugaci scarti che cerchiamo nei film: volti o sentimenti che ci sconquassino lo stomaco aprendo porte o gabbie su nuovi spazi e Frontiere. Ma tutto questo, evidentemente, Marion Cotillard lo ha sempre saputo… e a noi semplici spettatori non resta altro che sussurrarle di nuovo: bye bye blackbird!

--------------------------------------------------------------------
UNICINEMA – UNA NUOVA IDEA DI UNIVERSITÀ

--------------------------------------------------------------------

5 commenti

  • che bello questo ritratto della cotillard blackbird! e come se non bastasse, è agli antipodi di certe (non) dive hollywoodiane. in quasi tutte le foto di Cannes si preoccupa più di confortare il piccolo armand verdure, che si annoia visibilmente a morte, che dei fotografi: http://bit.ly/PiokuH
    segnalo anche una divertente e interessante intervista a cotillard & schoenaerts (dove scopriamo che non le manca nemmeno il senso dell'umorismo, e peraltro impariamo a pronunciare correttamente schoenaerts 🙂 http://youtu.be/fWmJEqKvkts

  • E pensare che un idiota di regista ha fatto sapere al suo regista di non voler lavorare con lei perché rappresenta il cinema mainstream. Quanti cretini abitano il mondo dello spettacolo…

  • volevo dire al suo agente

  • @giulio, interessante, chi è il regista?

  • Signorilmente nell'intervista non fa il suo nome, dice solo che 'lo stimava molto' e che gli aveva detto che avrebbe avuto piacere di lavorare con lui, prima che il regista le desse quella 'risposta'