Cane che abbaia non morde, di Bong Joon-ho

La prima parabola anticlassista di Bong è il segno di una poetica già sicura della sua natura programmatica. Dove il grottesco si erge a cassa di risonanza di un sistema che ridicolizza l’uomo comune.

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Guardando al cinema di Bong Joon-ho, e alle forme che ha assunto nel corso degli ultimi 20 anni, appare evidente – se non propriamente paradossale – come tutto per lui abbia (davvero) inizio con Cane che abbaia non morde. Perché il debutto del regista sudcoreano non è solo l’ennesimo tassello di un nuovo modo di intendere il cinema nazionale, impegnato in quegli stessi anni – cioè a cavallo dei due millenni – a (ri)assestare le coordinate di un’industria sempre più libera dalle costrizioni produttive del periodo militarista. Ma rappresenta sin dal principio la sintesi del suo intero percorso, il cuore (simbolico, tematico, oltranzista) di una poetica che fa della cornice di genere, qualunque essa sia, la dimensione in cui riflettere, rielaborare, ed infine attaccare le eredità culturali del passato, ancora vigenti in una società che ha elevato le strutture del capitalismo a sua forma mentis. E in cui l’irrefrenabile corsa alla competizione lascia i cittadini/vittime nell’affanno. Costringendoli a cercare delle vie alternative di espressione, in cui lo scontro con “l’altro” è solo un modo – diverso, eccentrico, e quindi personale – per reagire alle ingiustizie con cui i coreani si trovano a lottare quotidianamente.

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Ed ecco che il protagonista di Cane che abbaia non morde, Yun-ju (Lee Sung-jae) si fa sin da subito portavoce del sentimento “bonghiano”, e non solo per motivazioni riconducibili alla sua estrazione sociale. Come tutti i personaggi del suo cinema è naturalmente un subalterno, ma le sconfitte quotidiane che gli riserva la vita riflettono, in realtà, le condizioni di disparità che governano gli ambienti lavorativi del paese coreano. Lo vediamo infatti affannarsi per ottenere la cattedra da professore, costernarsi per le ingiustizie che gli ostacolano la carriera – può insegnare solo se paga una cospicua tangente al rettore – e infine soccombere alle dinamiche di potere di quel mondo-cane. Una situazione che Bong stigmatizza attraverso la sua ridicolizzazione. Delegando qui le invettive polemiche ai registri espressivi del grottesco.

Il mondo che ci presenta Cane che abbia non morde è un incubo. O meglio, una realtà talmente assurda e dissacrante in cui il protagonista, inquadrato sul ciglio dell’implosione, fa di tutto per rimanere “sano” all’interno di una società che lo priva di ogni stabilità esistenziale. E il fatto stesso che inizi a riversare la propria collera contro i cani, un’azione di per sé tanto crudele quanto irrazionale, detona l’insensatezza della condizione in cui vive. Una situazione, questa, che il regista scandaglia, rivolge, decostruisce, fino a smascherarne l’assurdità di fondo. Tanto che Yun-ju arriverà addirittura a prendersi cura del cagnolino della moglie, come se il baratro in cui è sprofondato non fosse già al colmo della vergogna e dell’autocommiserazione. Ma quel che conta qui non è attaccare le azioni deplorevoli di un uomo propriamente ridicolo. Perché la sua eccentricità è frutto e sintesi di un sistema (dis)umano che porta i cittadini/martiri verso l’esasperazione. Da riversare, come accadrà anche in Madre o Parasite, contro tutto ciò che mette in luce le loro insoddisfazioni.

Guardare ad oggi Cane che abbaia non morde significa perciò intercettare i sintomi di una poetica già sicura delle sue configurazioni estetiche o tematiche. Lo vediamo nel rapporto uomo-spazio, con gli ambienti che riflettono la natura stessa di chi vi abita, oppure nella simbolizzazione di abitazioni costruite secondo schemi gerarchici: lo scantinato, il luogo più in basso, profondo e quindi pulsionale, ospita individui loschi e antisociali (il seminterrato di Parasite o il vagone di Snowpiercer) mentre le stanze piene di cianfrusaglie e di noodles istantanei (pensiamo al rifugio di The Host) diventano il luogo d’elezione di una misfit come Hyeon-nam. Insomma, in questa sua prima parabola anticlassista, troviamo in nuce l’essenza stessa del cinema del regista coreano. Disposto com’è a scadere nelle pieghe più stravaganti del sentimento grottesco. Pur di analizzare criticamente i sistemi che ridicolizzano l’uomo comune.

Titolo originale: Flandersui gae
Regia: Bong Joon-ho
Interpreti: Lee Sung-jae, Bae Doo-na, Byun Hee-bong, Kim Ho-jung, Koh Soo-hee, Kim Roi-ha, KIm Jin-goo, Im Sang-soo, Kwon Hyeok-pung
Distribuzione: P.F.A Films
Durata: 110′
Origine: Corea del Sud, 2000

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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