CANNES 65 – “Post Tenebras Lux”, di Carlos Reygadas (Concorso)

post tenebras luxChi diavolo è quel caprone rosso, fluorescenza computerizzata, che apre la porta ed entra in casa? Forse è inutile saperlo. Faro spia della condanna di Reygadas, legato mani e piedi a Cannes e a doppia mandata alle sue involuzioni. ci viene in mente, in maniera abbastanza colpevole, Tonino De Bernardi che torna a Torino con i suoi ultimi diari di viaggio e di famiglia. Perché Post Tenebras Lux, aldilà di un’impossibile ricostruzione del senso, appare davvero un filmino di famiglia (non è un caso che i due bambini, Rut e Eleazar, siano i figli del regista) che si sgrana, si smaglia, aprendosi a visioni, inquietudini, incubi, simbolismi più o meno chiari, più o meno compiuti. Brandelli di materia filmica in espansione e deperimento. Fiammanti composizioni pittoriche di temporali che squarciano l’oscurità, di liquidi sanguigni che colano dalla terra e tracce narrative in caduta libera, attraversate e tagliate dai frammenti incontrollati di esperienze personali in luoghi visti e vissuti: il Messico e nuvole, ovviamente, ma anche la Spagna, il Belgio, l’Inghilterra, tra una caccia nei canneti, feste in grande stile, cliniche del sesso, partite di rugby.

 

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Volendo provare a ricomporre, si dovrebbe partire dall’inizio. È chiaro. Ma, allora, è altrettanto chiaro che quell’interminabile scena iniziale si svolge sotto il senso dell’inquietudine, nonostante il sorriso della piccola Rut che corre tra una mandria di vacche e un’orda di cani. Forse la chiave di volta del film sta nella sua percezione “millenarista”: è il desiderio di raccontare una fine del mondo inarrestabile, attraverso il processo di dissoluzione di due famiglie, legate e opposte, per provenienza, condizione economica e sociale, colore della pelle. Juan e Natalia, che partono dalla città con i loro due figlioletti per rifugiarsi nella campagna. E la famiglia di Siete (Sette), originaria proprio di quei luoghi incontaminati e selvaggi. Due mondi distanti che s’incontrano, si mescolano, si comprendono senza afferrarsi, ma ferendosi, (auto)distruggendosi. Post Tenebras Lux, il suicidio in un inferno quotidiano (il diavolo con la valigetta), nuovo mondo vergine alla fine dei giorni. È il collasso di una profezia Maya, vaticinio che ha perduto il phemi, cioè la capacità di dire. Espressionismo senza espressione. Ed è la conferma, in fondo, di come l’essenza del cinema di Reygadas sia nel suo squilibrio profondo, nell’assurda e insopportabile mancanza di un “senso della misura”, nella manifestazione di una lucida esasperazione stilistica che non si traduce mai in una coscienza esatta di cosa dire e come dirlo.

 

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Post Tenebras Lux, ma sarebbe meglio togliere il prima e il dopo, ovvero la prima e la terza parola (che è sempre l’indice di un dopo), rassegnandosi a vivere nelle tenebre, nell’oscurità di una foresta, barriera tra i personaggi, tra le direttrici compiute di una linea temporale, tra il nostro occhio, attonito (assonnato) e il quadro, la scena e il film, sottoposti a una deformazione prospettica brutale, a una proliferazione incontrollata di stimoli e suggestioni, a uno slittamento e uno spiazzamento costanti. Senza senso né luogo. E assistiamo, ancora una volta, a una fibrillazione degli spazi, a quella delocalizzazione del set, che sembra la cifra dominante del cinema permeabile di questa Cannes 2012. Questo cinema non porta da nessuna parte. Ma forse è l’ unico On the Road che ci rimane.