#Cannes73 – Così lontano, così vicino

Ce la siamo immaginata e vissuta questa 73° edizione del Festival di Cannes. La prima che non c’è stata, la prima interruzione dal 1946. Ce la siamo immaginata perché da circa 25 anni il periodo di metà maggio significa trascorrerlo lì sulla Croisette. Con l’arrivo all’aeroporto di Nizza, alla stazione di Cannes o su Boulevard Carnot quando si arriva in macchina. Al di là delle annate indimenticabili o trascurabili, nessun luogo si trasforma in quei 12 giorni come Cannes con il Festival du cinéma. Ha lo stesso effetto di come il Carnevale trasforma Venezia o Rio de Janeiro. C’è il presente con i film in concorso, a Un certain regard o alla Quinzaine. C’è il futuro con il Marché. C’è il passato con Cannes Classic, le proiezioni serali sur la Plage, ma anche vecchie locandine, libri, dove spuntano all’improvviso i volto, per esempio, di Robert Mitchum, Jean Renoir o Kenji Mizoguchi.

Così lontano, così vicino, Cannes. Per Sentieri Selvaggi non è solo una mancata corrispondenza da un festival. È un danno per le redazioni e le riviste di cinema come ha sottolineato Sergio Sozzo nel suo articolo La riapertura mediatica. Perché, parliamoci chiaro, con i film visti a Cannes e le interviste ci si campava anche un po’ di rendita, anche un po’ di mesi dopo la fine del festival. Ma soprattutto è un vuoto esistenziale fatto di riti, di luoghi dove non si può non andare a mangiare come il cous-cous, le poulet, la crepe, la colazione con le uova all’Irish Pub, la mensa del Palais o anche quella pasta italiana al ragù alla bolognese che in tre minuti è già pronta e anche già scotta. Ci sono tante abitudini con gli stessi gesti che si ripetono ogni mattina come in Ricomincio da capo: il ritrovo dopo il primo film della mattina, caffé spesso imbevibili ma che sembrano i più buoni del mondo. E anche di incazzature, che però sono sempre le stesse. Sì, mancano anche quelle: i controlli ogni volta che si entra in sala simili a quelli che si fanno in aeroporto prima di prendere un volo, le lunghe file per un film attesissimo sotto il sole (che poi si sconta in sala quando ci si addormenta dopo 10 minuti di film) o la pioggia dove non c’è nessun modo per ripararsi. E il vento che sfonda ombrelli appena comprati a 10 euro. Ma anche tutti quei metodi subdoli per superare le file. Con la persona che arriva all’ultimo momento e si aggrega all’amico o al conoscente che avrà visto due volte in vita sua e passa avanti a persone che erano in coda anche prima di lui.

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Si, si è a Cannes. Con l’odore e la vista del cibo da tutte le cucine del mondo. Di pizza, di patatine, di gelati bellissimi alla vista che poi non sanno di nulla. E poi la grandeur, i film serali. Tutti in abito da cerimonia. E poi le feste e alle 7 e mezza della mattina, mentre ci si muove per una nuova giornata, si incrociano persone ancora allegrissime, reduci probabilmente da una sbronza, in smoking e abito da sera ma con le infradito.

A questo punto del festival si cominciava il solito giochino del Toto Palma. Film che ci erano piaciuti, che avevamo detestato ma erano pronti per essere premiati. E qualche nostro collega che faceva comunque il tifo per tutte le opere italiane, belle e brutte. Forse ci sarebbero stati il nuovo film di Nanni Moretti, Tre piani o il nuovo film di Jonas Carpignano. Quest’ultimo forse in concorso, forse a Un certain regard. E allora eccoci con quelle domande senza senso con cui però ci si scrive anche un articolo: “Chissà se a Spike Lee (che era stato designato Presidente della giuria) piacerà il film di Moretti. Potrebbe essere la sua seconda Palma d’oro dopo La stanza del figlio“. Ma possono ritornare anche i ricordi dei primi giorni. Con il film d’apertura che da inizio alla festa e che poteva essere quello di Wes Anderson, The French Dispatch con Bill Murray e Timothée Chalament o il cartoon della Pixar Soul. E poi i fotografi, la gente accalcata, i punti dove si passa sulla Croisette sempre più accalcati man mano che ci si avvicina al Palais (altro che metro di distanza), passerelle già alle 10 di mattina, limousine e un codazzo di 100 persone al seguito per una ragazza mai vista e poi si scopre essere una delle più note influencer del proprio paese con 7 milioni di followers.

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Non siamo a Cannes con il corpo, ma in questi giorni la testa è lì. Su Sentieri Selvaggi abbiamo deciso all’ultimo momento di riviverlo in modo forse prevedibile, riproponendo sulla nostra pagina Facebook alcune delle Palme d’oro che abbiamo amato e recensendo film vincitori fondamentali su cui non avevamo mai scritto come Il Gattopardo e La conversazione. Andremo avanti fino a domenica, serata della premiazione. Ora si va in sala Debussy al film delle 13.30. È un cineasta tedesco al suo primo film, dicono che aveva fatto un gran bel cortometraggio. Poi si va alla mensa che verso le 15 non c’è quasi nessuno e si mangia solo con qualcuno della security. E per finire la nostra immancabile macchinetta delle spremute di arance. Prima del cinema, è lei la cosa che ci manca di più di Cannes.

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