Casablanca, di Michael Curtiz

Un classico che non ha mai smesso di esercitare il suo fascino su diverse generazioni di spettatori. Con questo film Humphrey Bogart e Ingrid Bergman sono diventati immortali. Da oggi in sala.

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Casablanca è un film mondo, che contiene diversi universi possibili. È una terra di nessuno dove si rimane in attesa di un qualcosa che dovrà avvenire. È un passaggio, un transito, una condizione di impermanenza che rimanda all’essere profugo della propria esistenza. Tolto dal contesto bellico e dalla tragedia della Storia (il 7 dicembre del 1941 i giapponesi avevano bombardato Pearl Harbor e gli Stati Uniti entravano ufficialmente in guerra), Casablanca funziona ancora, anzi funziona meglio. Si, è ben scritto (frasi come Here’s Looking at You Kid e Play It Again, Sam sono entrate nell’immaginario collettivo), magnificamente interpretato anche nei ruoli secondari, diretto con calcolata improvvisazione da Curtiz, ma la sua fama trascende il comparto tecnico, la sceneggiatura (ripresa dalla pièce teatrale Everybody Comes to Rick’s di Murray Burnett e Joan Alison) e la fotografia di Arthur Edeson che illumina i primi piani di Humphrey Bogart e Ingrid Bergman.

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Tutto è ricostruito in studio con un budget ridotto eppure l’atmosfera da avamposto alla fine del mondo è terribilmente reale. Americani, marocchini, francesi, italiani, norvegesi, tedeschi, bulgari, cecoslovacchi, spagnoli: le lingue si rincorrono in una torre di Babele che confluisce nel Rick’s Bar. La storia di Rick Blaine (Bogart) che rincontra la vecchia fiamma Ilsa (Bergman) dopo la loro separazione nella Parigi occupata si colora di connotazioni politiche: il marito di Ilsa è il capo della Resistenza Victor Laszlo (Paul Henreid), uomo incorruttibile e dal forte spirito antinazista, adesso anche lui in esilio a Casablanca braccato dalla Gestapo e dal machiavellico maggiore Heinrich Strasser (Conrad Veidt).

La forza del film è di bilanciare la verità dei sentimenti con la ragion di Stato in una continua commistione tra pubblico e privato: per lo spettatore diventa naturale il processo di identificazione. La confusione dei tre personaggi è vicina a quella di un qualsiasi individuo di fronte alla necessità di una scelta: Ilsa ama due uomini ed è dilaniata dal senso di colpa; Rick sembra ormai disilluso dopo la sfortunata esperienza parigina e non sa se continuare a ubriacarsi o aiutare i fuggiaschi; Victor non sa di chi fidarsi, della moglie o dell’americano suo rivale in amore. In fondo tra Victor e Rick sembra instaurarsi un rapporto che dalla diffidenza reciproca si trasforma nel tempo in una forma di ammirazione.

Michael Curtiz usa dialoghi al vetriolo per sottolineare il clima di attesa crescente e l’ambiguità di personaggi che mostrano il loro vero volto solo negli ultimi minuti di film. Anche il capitano Louis Renault (Claude Rains), i faccendieri Ugarte (Peter Lorre) e Ferrari (Sydney Greenstreet), il capocameriere Carl (S.Z. Sakall) sembrano in stato di vigilanza per sapere da che parte spirerà il vento. In questo clima di falsa neutralità l’unico che continua il suo lavoro senza chiedere nulla è il pianista nero Sam (Dooley Wilson) che esegue a comando As Time Goes By facendo battere il cuore di Ilsa e di Rick: i due vogliono ritornare nei luoghi dell’innamoramento nonostante un presente caotico e un futuro sempre più incerto.

Se il tempo passa e travolge buoni propositi e promesse, l’unico modo per cambiare il corso degli eventi è scegliere, con un atto quasi eroico. La scena più importante del film si svolge al Rick’s Cafè Americain: mentre Strasser e camerati iniziano a cantare Die Wacht am Rhein, Victor con la complicità di Rick ordina alla orchestra di intonare la Marsigliese (nella versione di Max Steiner). In pochi secondi tutti i presenti si ritrovano in piedi a urlare le parole dell’inno francese sotto lo sguardo stupito e adirato dei tedeschi. Se è vero che una scena simile era già stata girata per La grande illusione (1937) di Jean Renoir, qui l’impatto emotivo è amplificato dalla sensazione di claustrofobia che si respira ad ogni angolo di strada, ad ogni divisa delle SS, ad ogni visto passato sottobanco. Di fronte a questo quadro così imbalsamato, le note di As Time Goes By di Herman Hupfeld fanno partire un lungo flashback parigino che è luminoso quanto spensierato, tra bottiglie di champagne e gite in macchina sotto l’Arco di Trionfo. Ma la Storia irrompe inesorabile con lontani rintocchi di cannoni tedeschi: Parigi da lì a breve sarà occupata. Michael Curtiz rimescola le carte e affonda nella nebbia gli ultimi dieci minuti di film nel quale avvengono due ribaltamenti di scena. Di fronte alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale svanisce nel fumo il più famoso triangolo amoroso della Storia del Cinema: si ritornerà sempre a Parigi magari sulle note di un tempo sognato che bisognava sognare.

Vincitore del premio Oscar 1944 per la migliore regia, per il miglior film e per la migliore sceneggiatura (ai fratelli Epstein e Howard Koch), Casablanca è un classico che non ha mai smesso di esercitare il suo fascino su diverse generazioni di spettatori. Umberto Eco lo ha definito il film dei clichè: “quando tutti gli archetipi irrompono senza decenza allora si raggiungono profondità omeriche”. In realtà Casablanca è un film rifugio, un luogo dove ripararsi quando la realtà diventa insostenibile, un posto alla fine del mondo dove si rimane in lista d’attesa per un volo che forse partirà con altri passeggeri. Tutto ciò che è possibile immaginare diventa reale. Ed è questo uno dei segreti di Casablanca.

 

Vincitori di 3 Premi Oscar:

  • miglior film
  • miglior regia
  • miglior sceneggiatura

 

Titolo originale: id.
Regia: Michael Curtiz
Interpreti: Humphrey Bogart, Ingrid Bergman, Paul Henreid, Claude Rains, Conrad Veidt, Peter Lorre, Sydney Greenstreet, S.Z. Sakall, Madeleine Lebeau, Dooley Wilson
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 102′
Origine: USA, 1942

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
Sending
Il voto dei lettori
4.5 (2 voti)
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