Dalìland, di Mary Harron

Un film biografico stanco dalla regista di American Psycho, il cui didascalismo soffoca la giocosità del maestro del surrealismo, raccontato negli ultimi anni di vita.

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Dalìland comincia con una televisione accesa. Mentre il protagonista della storia si sta facendo una doccia, ascolta le parole di un gioco televisivo. Una donna bendata deve indovinare la personalità che le si trova davanti facendo delle domande alle quali si può rispondere sì o no. “È già stato in tv? È un performer? È uno scrittore? Fa sport? Disegna fumetti? …”, tutte domande a cui l’ospite risponde di sì. Quella decisiva è, però, un’altra: “Ha dei baffi molto noti?”. Ancora una volta, la risposta è affermativa. La concorrente è ormai sicura: è il pittore di fama mondiale Salvador Dalì. Già nel 1950, anno della trasmissione, il grande pittore surrealista era un personaggio eccentrico, sempre pronto a sorprendere tanto con la sua arte quanto con le sue apparizioni pubbliche. Proprio queste col tempo offuscano la sua reputazione agli occhi dei critici e del mondo dell’arte. Sono molti quelli che, negli ultimi anni della sua vita rappresentati da Dalìland di Mary Harron, lo considerano come un ciarlatano.

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Per mettere in scena le stravaganze del pittore la regista di Charlie Says e di American Psycho si affida a Ben Kingsley. Il protagonista, però, è un altro. È il quasi esordiente Christopher Briney, nei panni di un fittizio giovane assistente della galleria Dufresne che Dalì prende sotto la sua ala protettiva. Ci traghetta lui nella cerchia che si ritrova in hotel di lusso e locali di New York, dove si svolgono feste sfrenate con Amanda Lear, Alice Cooper e tutta una fauna con interessi poco nobili. Dalì viene lasciato solo in mezzo a una folla composta per lo più da approfittatori. Perfino sua moglie e musa Gala (interpretata da Barbara Sukowa, che ne restituisce lo “sguardo che perfora i muri”) è più interessata a quello che tutti chiamano Gesù, ossia quel Jeff Fenhold interprete di Jesus Christ Superstar per lei futuro splendente della musica mondiale.

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Tutti, tranne il protagonista, tendono a dimenticarsi la statura di chi hanno davanti. Dalì, insieme ai surrealisti, è stato capace di andare oltre la distinzione tra vero e falso, di creare, nelle parole di J. G. Ballard, “una zona neutrale, in cui le valute confuse dei mondi interni e di quelli esterni possano essere comparate le une con le altre e standardizzate”. Questa zona neutrale originava non dalla sua cerchia, ma dal cerchio magico nel quale Dalì si lanciava nel serissimo gioco di manipolazione di immagini e idee. Prima di chiunque altro intuì il potenziale del cinema, rubò dalle tecniche pubblicitarie, diagnosticò le nuove malattie della psiche, prima fra tutte la morte dell’affetto. Lo fece attraverso l’arte del gioco, mettendo uno stile rinascimentale e concreto al servizio del mondo dell’invisibile. Un’arte serissima, come ricorda Dalì al suo giovane assistente, negandogli un bicchiere di champagne durante una sessione di pittura nella quale l’impronta di un “culo perfetto” diventerà la base per le ali di un angelo.

Quel che lascia spiazzati (e delusi) in Dalìland è proprio la mancanza di giocosità della messa in scena. La narrazione segue la struttura canonica del genere biografico, tentando delle sortite immaginarie attraverso dei flashback che non aggiungono molto oltre la presenza di Ezra Miller nei panni del pittore da giovane. La storia del giovane protagonista, alla fin fine, non ha alcun interesse se non giustificare l’entrata in quel mondo. Quella di Dalì, vero centro del film, rimane allo stesso modo sulla superficie, con un didascalismo che in certe scene risulta ridicola. Non c’è molto da aggiungere alla scena in cui di Ben Kingsley che fa letteralmente il “direttore d’orchestra del vento”, agitando nell’aria le braccia. Così come parla da sola la visione del pittore che da giovane guarda un formaggio che si scioglie e poi un orologio da taschino che, proiettato sul muro, fa lo stesso e gli dona l’idea per La persistenza della memoria. Forse, allora, gli autori di Dalìland avrebbero dovuto entrare davvero nel cerchio magico del pittore e, lì, imparare a giocare.

Titolo originale: id.
Regia: Mary Harron
Interpreti: Ben Kingsley, Christopher Briney, Barbara Sukowa, Ezra Miller, Rupert Graves, Andreja Pejic
Distribuzione: Plaion Pictures
Durata: 104′
Origini:
USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
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Il voto dei lettori
3.06 (16 voti)
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