Dune, di Denis Villeneuve

Spettacolare e visionaria trasposizione del famoso romanzo di fantascienza uscito negli anni ’60 diretta dal regista di Arrival e Blade Runner 2049. Fuori concorso.

La grandezza è un’esperienza transitoria. Ed è inconsistente, legata com’è all’immaginazione umana che crea i miti.” – Dalla «Raccolta dei detti di Muad’Dib» della Principessa Irulan [Dune, Frank Herbert, 1965].

È su questa esperienza “legata all’immaginazione” che fatalmente si gioca la riuscita di ogni possibile adattamento del vastissimo universo letterario creato dal ciclo di Dune. E ancora, è proprio su questa “transitorietà percettiva” che la trasposizione del 1984 firmata da David Lynch basava il suo fascino anarchico da film classico, avanguardista e pop nello stesso tempo. Del resto, le fluviali digressioni descrittive di Frank Herbert contengono già ogni potenziale fuori-campo (o fuori-testo) rendendo il suo universo alternativo ambientato nell’anno 10.141 un ecosistema credibilissimo retto da leggi fisiche e religiose, usi e costumi, archetipi riconoscibili (dal racconto gotico ai cicli arturiani) e tematiche universali (il coming of age in primis). Un universo immaginario difficilissimo da adattare sul grande schermo ma che ha ispirato una miriade di diramazioni ideali da Star Wars a Star Trek, e persino a Matrix.

Arriviamo pertanto a questa trasposizione diretta da Denis Villeneuve e scritta insieme a Eric Roth e Jon Spaihts che si concentra essenzialmente sulla prima metà del primo romanzo. Una “Part One” (come il sottotitolo ci tiene subito a precisare) che uscirà contemporaneamente in sala e su HBO Max accompagnata da inevitabili polemiche sulla corretta esperienza di visione per un kolossal di questo livello. Lo stesso regista ha più volte dichiarato che il prossimo capitolo – legato a doppio filo al successo al box office di questo – non sarà un semplice sequel bensì la “seconda parte” di un progetto concepito come blocco unico. E allora, come valutare questo viaggio sin troppo parziale di Paul Atreides (Timothée Chalamet) che lascia il pianeta natio insieme a suo padre (Il duca Leto/Oscar Isaac) e alla potente madre (Lady Jessica/Rebecca Ferguson) per raggiungere il pianeta Arrakis sfiorando solamente il “potere del deserto” incarnato dalle visioni di Chani Kynes (Zendaya)?

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La storia di Dune è notissima e sin troppo articolata, veniamo al punto. Proprio come in Arrival e in Blade Runner 2049 l’impianto iconografico progettato da Villeneuve e dai suoi collaboratori ci appare come uno smisurato deposito di macerie dell’immaginario novecentesco in attesa di essere vivificato dalla “nascita” di un nuovo sguardo. Un universo materico e dettagliatissimo fatto di imponenti strutture piranesiane ed enormi veicoli meccanici, armature medievali e armi tribali, tute artigianali e sigilli manuali. Il pianeta Dune di Frank Herbert viene fedelmente riprodotto come estensione dell’esperienza tecnica concepita nei suoi anni Sessanta con in più tutto il gusto (tec)nostalgico tipico del nostro XXI secolo. Ecco che se nel film di Lynch Paul Atreides/Kyle MacLachlan entra in campo con in mano una sorta di proto-tablet che immagina una realtà virtuale, nella stessa sequenza del film di Villeneuve lo sguardo di Timothée Chalamet è calamitato da un libro di carta che contempla il passato. Uno scarto a dir poco paradigmatico.

Il discorso politico segue più o meno la stessa traiettoria: Frank Herbert ragionava sul colonialismo e sullo sfruttamento incontrollato delle risorse del pianeta come riflessione in nuce sulla bulimia del tardo capitalismo novecentesco. Ma per Villeneuve tutto questo è già post-apocalisse, è già introiettato, e non rimane che rifugiarsi negli eventi contingenti della famiglia Atreides spostando in fuori campo (per ora) la figura dell’Imperatore e i loschi traffici commerciali con la Gilda Spaziale.

Insomma, cosa resta in piedi? Dune diventa un film dominato dalle sue poderose scenografie significanti e da magnifici set naturali – il deserto del Wadi Rum utilizzato da David Lean in Lawrence D’Arabia  come referente immaginario più che evidente – innestati da effetti visivi kubrickiani che cercano un’abbacinante verosimiglianza e mai la smaterializzazione virtuale dei corpi. Persino i vermi del deserto sembrano stilizzazioni di vortici di sabbia più che credibili. Ancora: se nella versione di Lynch l’acqua diventava il tema visivo ricorrente per configurare il flusso onirico, nel Dune di Villeneuve è la sabbia ad acquisire preminenza visiva e a far avvertire tutta la fatica dei viaggi nello spazio e nel tempo. Del resto, questa lenta riappropriazione di un’esperienza tangibile oltre ogni simulacro della tecnica sembra essere la costante autoriale che unisce gli ultimi tre film del regista canadese.

Denis Villeneuve si conferma un autore in grado di intercettare discorsi straordinariamente contemporanei, a partire proprio dalla riflessione estetica sulla difficile rielaborazione di una memoria emotiva nell’odierno panorama audiovisivo. E Dune sembra il “soggetto” adatto per continuare questo discorso personale: la Spezia di Arrakis come medium che azzera le traiettorie spaziotemporali innescando il movimento è di per sé una magnifica allegoria del cinema come dispositivo di memoria e/o di  possibili visioni del futuro. Paul Atreides si legittima proprio in tal modo come figura messianica per il popolo dei Fremen… ma noi dobbiamo fermarci qui.  Perché questa parte prima – innegabilmente fascinosa e (volutamente?) macchinosa – getta solo le basi per innescare quella rigenerante “esperienza legata all’immaginazione” capace ancora di “creare miti” che ci aspettiamo vivamente di commentare una volta visionato il progetto completo.

 

Titolo originale: id.
Regia: Denis Villeneuve
Interpreti: Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Josh Brolin, Stellan Skarsgård, Dave Bautista, Zendaya, Charlotte Rampling, Jason Momoa, Javier Bardem, Chang Chen
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Durata: 155′
Origine: USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.17 (6 voti)
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