FCE20 – La vita fuori dal tempo

Il Concorso per i lungometraggi europei della ventesima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce – giunto alla sua fine – sorprende per i suoi racconti umani veridici e sinceri, intrisi di sentimento e carichi di una forte fascinazione per lo sguardo. Si raccontano soprattutto storie della nostra modernità e ossessioni contemporanee; si dipingono sullo schermo i volti della nuova sofferenza del nostro tempo, contraddistinta dalla nostalgia per ciò che non ci sarà – una felicità forse mai esperita prima – , dalla distanza dall’altro, dalla costruzione finzionale del sé che punta a una mediocre sopravvivenza. La malattia – sembra dirci questo cinema dal respiro europeo – è il tempo, tanto da scegliere il più delle volte la strada dell’isolamento, la vita fuori-dal-tempo o, in altre parole, la simulazione.

Seguendo questo movimento corrente, il giovane regista svizzero Francesco Rizzi punta tutto sul camuffamento dell’io: Cronofobia (Svizzera, 2018) è il racconto dell’abbandono del soggetto rispetto alla realtà, o della sua sostituzione integrale con una maschera accuratamente scelta. Il protagonista è Michael Suter (Vinicio MarchioniPremio SNGCI al Miglior Attore Europeo 2019) che per professione si occupa di valutare la qualità del servizio delle attività nei riguardi della clientela. Indossando sempre qualcosa di posticcio – la barba o i baffi finti per nascondere meglio il volto – , vediamo Suter muoversi incessantemente per geometrie asettiche e bar privi di identità, incontrando volti anonimi e sorrisi smielati, illuminati da gelide luci al neon. La sua esistenza si nutre, dunque, di finzioni: perenne indagine sui gesti di superficie degli altri e sulle apparenze più artificiose, dove lo scotto da pagare è la fine di un tempo vissuto della realtà, sostituito da un flusso incessante – e autoimposto – di momenti senza profondità.
Eppure, Rizzi lascia emergere nel corso del film il bocciolo della speranza: se in questo non-tempo e in questi non-luoghi non possiamo che rappresentare figure erranti in solitaria, non resta che condividere tale simulazione fra solitudini. Suter, allora, incontra Anna (Sabine Timoteo), donna altrettanto misteriosa e problematica, relegata nella “prigione” del passato, vincolata alla ripetizione di gesti e momenti – copie di copie – che le impediscono il progredire della vita.
Il corpo dell’altro è per entrambi un deserto inesplorato, conoscibile solo per il tramite di un terzo – gli incontri erotici di gruppo con sconosciuti – , troppo “incarnato” nel reale per diventare veramente accessibile. Ecco, dunque, che i momenti di coppia – simulazioni stesse di convivenza – si riempiono di silenzi, gesti già visti e ripetuti per puro godimento, confessioni che erano state di altri. In fondo, sembra comunicare quest’immagine mai neutra, non c’è che finzione da ogni dove nel tempo delle identità sospese. L’amore, primo copione che impariamo a recitare in vita, viene incaricato qui di ripristinare uno spazio dell’altro, l’apertura del possibile e del nuovo, superando la cronofobia e riguadagnando infine un posto da protagonista nel mondo.

Il progredire temporale ha abbandonato anche Paulius (Paulius Markevičius), Justė (Gelminė Glemžaitė) e tutti gli altri ragazzi affetti da malattie mentali rinchiusi nel manicomio di Summer Survivors (Lituania, 2018), diretto da Marija Kavtaradze. Qui la situazione costituita è quella di un road movie a tre – i due ragazzi insieme alla giovane psicologa Indrė (Indrė Patkauskaitė) – che esclude integralmente il mondo esterno e traccia così la dura linea di confine tra “loro” – i pazzi, i diversi – e quelli cosiddetti “normali”. Nella storia del trasferimento dei due ragazzi alla clinica di Palanga non c’è posto per diagnosi e spiegazioni scientifiche: l’identità – e la malattia – dei ragazzi finisce per emergere nel corso del film per il tramite di puri gesti, giochi, momenti ludici e d’intesa. Perché lo sguardo della giovane regista è consapevole del profondo portato umano dei personaggi; quindi li osserva con estrema delicatezza al di là di ogni pregiudizio, facendone corpi nobili e gioiosi nella loro sofferenza, come fossero guerrieri che si preparino con coraggio alla più dura delle battaglie.
Il dispositivo di Kavtaradze spicca per la sua dinamica gentile sui corpi, che lascia emergere profonda comprensione del tema proposto e al contempo una matura capacità di svilupparlo in immagine, felice tripudio di piccolezze, dettagli accurati e colori tenui. Il tempo fermato e negato ai giovani malati riparte, allora, attraverso un viaggio del ritrovamento, e attraverso un cinema capace di leggere le ferite – le cicatrici nascoste sulle braccia di Justė – e interrogarsi ancora sull’identità, sulle comuni responsabilità, sullo “spazio di mezzo” che abbiamo smarrito.

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