FESCAAAL 2024 – Il cinema è relazione. Incontro con Lav Diaz

L’incontro del grande regista filippino con il pubblico milanese si è tenuto come atto conclusivo della 33esima edizione del Festival del cinema Africano, Asia e America Latina

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L’epilogo più atteso della 33esima edizione del FESCAAAL è stata la Masterclass di Lav Diaz, presidente di giuria del concorso lungometraggi, omaggiato dal festival milanese con una retrospettiva di tre dei suoi film di maggior rilievo: Norte, the end of the Story, From What is Before e The Woman Who Left. L’incontro con il pubblico milanese si è tenuto presso il cinema Godard all’interno di Fondazione Prada.

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La conversazione con il grande cineasta filippino, moderata da Paolo Bertolin, ha toccato le tematiche principali del suo cinema, rifuggendo la classica ricostruzione cronologica ma adottando, invece, il metodo dell’associazione di idee. A partire da alcune parole fondamentali, infatti, si è ricostruito lo sguardo poetico e la lotta politica presente, passata e futura nel cinema di Lav Diaz.

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Politica

La conversazione parte da una parola che vive ben radicata nelle immagini del cinema di Lav Diaz, immune alla tendenza contemporanea di disinteressarsi all’aspetto politico. Dai film del regista sono partite alcune delle critiche più aspre e frontali critiche a specifiche figure politiche filippine.

Il cinema è connessione, relazione. Deve saper parlare al e del presente. Come regista mi chiedo, il cinema può essere un veicolo di dialogo? La risposta è assolutamente sì. Tutte le culture possono interagire attraverso il cinema. Tutto nel cinema è politico, ogni immagine è politica. Nel mio cinema voglio che ogni immagine ponga un dialogo incessante con la vita, raccontando la società contemporanea come sistema disfunzionale.  Nel mio lavoro sono sempre accompagnato dai dubbi. Ho a che fare ogni giorno con alcune persone orribili e altre molto buone. Nel caos generale è, però, necessario concentrarsi sui grandi temi della vita.

Storia

La politica si lega per forza di cose alla storia di un paese, le Filippine, che Lav Diaz racconta, film dopo film, adottando uno sguardo essenziale ed alternativo, mettendo al centro del suo cinema la vita degli invisibili, degli emarginati. In questo racconto sovversivo e rivoluzionario, che parte dal basso, cacciando dal centro dell’inquadratura i potenti, la Storia delle Filippine diventa la Storia di un popolo fatto da persone ordinarie che subiscono le conseguenze di scelte insensate e criminali dei potenti.

Non dobbiamo dimenticare il passato, sembra quasi un cliché, ma se non puoi affrontare il passato, se non vieni a patti sul tuo vissuto, come fai ad andare avanti? Noi siamo il risultato del passato. La memoria ti cura, ti tiene dritto sui binari della vita. Il cinema parla dell’oggi ma è e sarà sempre un esame, un confronto col passato. Avrà sempre a che vedere con l’atto di ricordare, con l’analisi clinica e psicologica di quello che ci è successo. Riguardo la scelta di raccontare storie di persone ordinarie, sì, è una scelta consapevole. Ma le lotte che racconto, le lotte dei filippini, sono le lotte degli esseri umani. Il cinema ha la capacità di universalizzare, di togliere da una prospettiva identitaria. È un linguaggio che puoi abbracciare. Quando stai guardando una pellicola, le sofferenze dei protagonisti diventano le tue sofferenze. Qualche tempo fa stavo guardando un film commerciale come Bullitt, di Peter Yates, con Steve McQueen. C’è un dialogo di quel film che mi ha colpito profondamente. Jacqueline Bisset chiede a McQueen “E ora cosa ci accadrà?” e lui le risponde “Il nostro tempo inizia ora.” Che dialogo… Questa battuta è il vero senso della Storia. Riesaminare il passato ti fa capire meglio cosa può voler dire essere una persona. Ci sono momenti in cui eventi tragici possono farci sprofondare nell’oscurità, in cui sentiamo il terrore dell’esistenza. Ma il cinema ci fornisce la saggezza necessaria ad affrontare il futuro, permettendoci di imparare dal passato.

Parola

L’utilizzo della parola come strumento per raccontare le storie dei personaggi rappresentati ma soprattutto per denunciare il mondo che li circonda è un tratto fondamentale della poetica di Lav Diaz. Il regista spiega come la parola (o la negazione di questa attraverso il silenzio) sia il principale strumento di ribellione in un’arte visiva come il cinema.

Sono cresciuto in un posto desolato in montagna, non c’era molto da fare e i miei genitori mi hanno da subito spinto verso la letteratura. Avevamo una vasta collezione di classici della letteratura russa: Tolstoj, Dostoevskij, Puškin. Io non li potevo ancora leggere, ero troppo piccolo ma mi bastava osservarli. Poi, leggere è diventata una parte fondamentale della mia esistenza. Il modo in cui tratto il mio cinema non è poi così diverso dal modo in cui si scrive un romanzo o un sonetto. È quel tipo di processo. Mi alzo la mattina e inizio a scrivere, questo si ripete praticamente tutti i giorni. La parte più complicata è iniziare a scrivere, convivere con l’attesa per trovare la parola giusta. Tutto ciò mi porta a sentire un grande senso di responsabilità verso ciò che scrivo. Le parole al cinema hanno un’importanza fondamentale. Le immagini sono piene di poesia ma la lotta comincia con la scrittura. Parlando del silenzio, invece, posso dire che è la parte più spirituale della nostra vita. Il silenzio ci rende consapevoli di cosa significhi stare da soli con tutto il rumore che c’è nel mondo. In Guerra e Pace Tolstoj inserisce dei capitoli in cui non accade nulla. Quando ero più giovane non ne capivo l’utilità, la storia non va avanti. Rileggendolo ho capito che quei capitoli rappresentano i silenzi della solitudine esistenziale. Questi ‘capitoli vuoti’ sono la vera essenza di Guerra e Pace, i capitoli più importanti.

Tempo

L’incontro con il grande regista si conclude con, forse, il concetto più abusato per discutere e raccontare la sua arte: quello di tempo. Il valore dell’attesa come tratto distintivo della lotta al capitalismo, tema a cui Lav Diaz tiene molto, si riflette nella durata dei suoi lungometraggi che spesso hanno fatto discutere per le loro dimensioni macroscopiche, il caso più eclatante fu quello di Evolution of a Filipino Family (10 ore e 43 minuti). Lav Diaz spiega perché sia fondamentale per lui lavorare con il tempo.

Nel mio cinema cerco di non manipolare. L’unità di spazio e tempo nel mio cinema deve sempre rimanere intatta. Per questo non voglio utilizzare espedienti tecnici come il montaggio alternato o altre scelte, legittime, che rispetto se usate nei film degli altri ma che alterano la concezione del tempo. Vorrei sempre preservare il concetto di cinema-tempo. Tendo a essere lungo per questo. Certo, potrei chiedere in fase di montaggio di ridurre un film da dieci a due ore ma il mio intento è quello di sovvertire le convenzioni che ci sono imposte. Non voglio limitare il mio cinema ad un formato standard, commerciale. E con l’avvento del digitale noi cineasti non abbiamo più limiti, siamo liberi. Si fotta il capitalismo (ride, ndr). Per me, fare un film è sempre stato un processo di continua tensione fino ad una liberazione finale. Oggi, dopo tutti questi anni di carriera mi trovo in una posizione di comfort, a differenza di quando ho iniziato la lotta anni fa, senza un soldo in tasca. Questa mia situazione di privilegio acquisito mi porta tutti i giorni a chiedermi se non faccio parte anch’io del grande circo (capitalista). Questo pensiero mette continuamente in discussione la mia stessa prospettiva, l’unico modo che ho per proseguire la mia lotta è continuare a fare, fermarsi non so dove potrebbe portarmi.

Poco prima dei saluti c’è tempo anche per qualche novità sui prossimi lavori del regista. Lav Diaz è, infatti, pronto a girare alcune opere fuori dalle Filippine. Uno dei progetti in lavorazione è The Magellan film, lungometraggio che lo vedrà impegnato nelle riprese tra Spagna e Portogallo. Infine, è in fase di avvio un progetto su dei racconti di Alexandre Dumas: in quel caso la troupe del regista si sposterà in un piccolo villaggio francese.

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    Un commento

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