FILM IN TV – Driver l’imprendibile, di Walter Hill

“Fare film in un certo senso è scoprire la verità per la propria storia…”

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Walter Hill

Il cinema di Walter Hill nasconde dietro la struttura monodimensionale delle forme, diverse stratificazioni di significato. Driver l’imprendibile è apparentemente la storia di un guidatore provetto (“Il cowboy” Ryan O ‘Neal) aiutato da una donna giocatrice d’azzardo (Isabelle Adjani) e braccato da un detective mastino (Bruce Dern). In realtà tutto il film è un continuo gioco al rilancio in cui la posta è la libertà del singolo individuo. Hill partendo dal successo di pellicole come Bullitt di Peter Yates (1968) e Getaway di Sam Peckinpah (1972), disegna il protagonista sul modello di Steve McQueen (il popolare attore, ormai stanco e malato, rifiutò la parte) con chiare influenze esistenzialiste del cinema di Melville (Le Samourai) e con il senso dell’onore dei personaggi di Kurosawa (La sfida del samurai). Ai ritmi indiavolati delle scene di inseguimento (così realistiche da proiettare lo spettatore nella posizione di passeggero), seguono momenti di calma claustrofobica, di silenzi eloquenti (Ryan O’ Neal comunica per monosillabi, in tutto il film si contano 350 sue parole), di gesti abbozzati, di contatti interrotti. La giocatrice e il cowboy si avvicinano, si riconoscono, ma non si baciano né fanno l’amore. Il detective e il cowboy si provocano con una tazza di caffè versata sulla mano ma non si colpiscono.

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driver2La luce è quella dei Nottambuli di Hopper: artificiale, angosciante, con ampi riflessi di solitudine. La musica è quella country, una ballata malinconica che apre una parentesi temporale tra le sgommate e le frenate, le sirene e i colpi di clacson. Il cowboy Ryan O’ Neal diventa imprendibile perché è l’unico che rischia la propria vita, sterzando all’ultimo secondo, alzando il piede dall’acceleratore una frazione dopo. In un mondo di dilettanti, svogliati e ritardatari (“voi non siete seri”), il guidatore-cowboy afferma la precisione geometrica dell’ auto-controllo, la regola del proprio isolamento. Vengono subito in mente gli antieroi dei film di Peckinpah e di Aldrich, ma Hill aggiunge una particolare deformazione della luce e degli ambienti che rende il suo noir astratto. Proprio nella fotografia notturna di The Driver nasce il cinema degli anni 80, quello decadente del Michael Mann di Strade Violente e quello crepuscolare dei paesaggi post apocalittici di John Carpenter e George Miller. Hill gioca con l’archetipo del western e ne ripropone i topoi in una Los Angeles fantasmatica e popolata da figure senza nome e senza storia. L’astrazione crea nello spettatore la sensazione di spaesamento e il ribaltamento della morale del cinema classico: il detective cade nella illegalità pur di intrappolare il nemico, il cowboy rimane coerente con i propri principi e obbedisce a un percorso di autocoscienza che ripropone il mito di Odisseo e la sua discesa agli Inferi.

Dietro questo bolide lanciato ad alta velocità, si nasconde la inquietudine dell’eroe melvilliano costretto a ribadire la propria superiorità di fronte alla incredulità dei nemici e dei falsi amici. Emblematica la scena della dimostrazione di forza in garage: qui il pilota, sterzata dopo sterzata, fa a pezzi la Mercedes dei complici. La scrittura di Hill gioca sapientemente sull’unità di luogo tempo e azione e i tre personaggi principali subiscono una progressiva rarefazione nel corso degli eventi. Il montaggio alla Peckinpah esalta le scene d’azione (memorabile quella del treno e dell’ultimo inseguimento) con almeno cinque punti di vista differenti inclusa la soggettiva del guidatore durante le folli acrobazie nel perimetro cittadino. Si arriva al duello finale come in un western urbano ma non si capisce chi sono i vincitori e i vinti: se fare film è scoprire la verità per la propria storia, allora i diversi personaggi possono riprendere la loro fuga scambiando i ruoli tra inseguitori e inseguiti, ed è solo la incoscienza e la pazzia a liberarli dalla prigionia delle loro esistenze. La giocatrice dice che dietro una storia western ci sono sempre ubriachi, puttane e cuori infranti: Hill dimostra con The Driver esattamente il contrario, presenta fantasmi dalle lunghe ombre pronti a spezzare le catene della realtà e varca la linea di confine che separa il cinema classico da quello postmoderno.

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Titolo originale: The Driver

Regia: Walter Hill

Interpreti: Ryan O’Neal, Bruce Dern, Isabelle Adjani, Ronee Blakley, Felice Orlandi

Durata: 91′

Origine: USA 1978

Giovedi 14 aprile, ore 16.50, Rete 4