Mamma Roma, di Pier Paolo Pasolini

Dopo il folgorante Accattone, Pasolini firma un film fortemente problematico che raggiunge vertici d’intensità drammatica nel ritratto di personaggi che si dibattono tra squallore e dignità.

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In Mamma Roma ci sono almeno tre soggettive, in cui i protagonisti s’incamminano verso degli spazi ampi, attraversando degli archi, portici, architravi. In quelle scene va rintracciato uno dei nuclei profondi del film. Pasolini adotta il punto di vista dei suoi protagonisti, dinanzi ai quali si stagliano gigantesche architetture, che cercano di replicare la maestosità dei grandi monumenti: superato un varco, si apre uno spazio di assoluta desolazione e solitudine. La periferia è in fondo questo: un luogo privo d’identità, che aspira ad avere la stessa bellezza ed importanza del centro urbano, ma non può liberarsi dalle brutture e dalle miserie. La sua realtà architettonica è lo specchio fedele di coloro che la abitano: i personaggi di Mamma Roma sono essi stessi privi d’identità, sospesi tra l’aspirazione ad una vita migliore ed una squallida realtà di povertà, marginalità, delinquenza. Nelle parole di Mamma Roma/Anna Magnani, di Carmine/Franco Citti c’è tutto il disprezzo per la vita da “burini”, ma le loro vicende, i loro comportamenti sanciscono l’impossibilità del tanto ambito “riscatto sociale”, l’impossibilità di diventare “signori”.

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Né burini né signori…ma allora cosa? Proletari forse? Manca l’identità, abbiamo detto, cioè manca la coscienza di classe, questo è il punto. Dopo il colloquio col prete (interpretato dallo scrittore Paolo Volponi) Mamma Roma comincia a riflettere sulle proprie responsabilità, per poi arrivare a quelle dell’ambiente (l’incredibile monologo notturno, in cui prima dice “la colpa è mia” e poi, per giustificare l’arresto del marito, elenca i “mestieri” della madre, del padre, del padre del padre, della madre della madre…). È il primo passo verso l’acquisizione della coscienza, ma manca ancora la consapevolezza della necessità dell’impegno. In fondo Mamma Roma non riesce ad essere altro che quello che è: mamma con Ettore, puttana con gli altri. Ed il figlio, nella sua assoluta innocenza/incoscienza, non può che andare incontro al martirio. L’impalcatura ideologica di questo secondo film di Pasolini è fortissima. Ciò nonostante, il grande scrittore/poeta/regista riesce ad evitare ogni retorica col suo sguardo di disperazione tragica.

La bellezza assoluta, devastante di Mamma Roma sta nella capacità di far emergere nei protagonisti, aldilà di colpe, limiti, miserie, una dignità umana che ha valore universale. Il volto di Anna Magnani alla finestra è di un’intensità dolorosa ineguagliabile, è il volto di una Madonna nella contemplazione del Cristo morente. E l’iconografia stessa del film, che inquina la pittura sacra rinascimentale (i rimandi pittorici vanno da un’Ultima cena del Ghirlandaio al Cristo morto del Mantegna) con lo squallore di un mondo degradato, è il ritratto di vite che si dibattono tra fiori e letame, splendore e miseria, cuore e fame, santità ed abiezione.

Regia: Pier Paolo Pasolini
Interpreti: Anna Magnani, Ettore Garofalo, Franco Citti, Silvana Corsini, Paolo Volponi, Lamberto Maggiorani,
Durata:
114′
Origine: Italia, 1962
Genere: drammatico

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
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Il voto dei lettori
4.5 (4 voti)
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