Taxi Driver, di Martin Scorsese

E’ il 1975 quando Taxi Driver vince la Palma d’oro al Festival di Cannes, consacrando Martin Scorsese nell’empireo del grande cinema internazionale. Il film è di quelli memorabili: la visionarietà infernale e sporca del regista dà forma e sostanza alle dolenti note di Bernard Herrmann (alla sua ultima colonna sonora), alla fotografia bella e desolata di Chapman e all’interpretazione sovrumana di De Niro. Eppoi, una coincidenza rende il tutto ancor più paradigmatico. Proprio quell’anno gli americani sono costretti a ritirarsi da Saigon, sancendo così la propria disfatta in Vietnam. Non è un caso. Il protagonista Travis Bickle è proprio un reduce di quella guerra disastrosa, un alienato che non riesce più ad inserirsi in un tessuto sociale ostile. E’ questo riferimento alla contemporaneità, questa concretezza scorsesiana a rendere ancor più tragica la portata della sceneggiatura di Schrdader. Tutto, infatti, ha inizio da qui: da uno script di Paul Schrader, che cerca di riattualizzare le riflessioni esistenzialiste di Sartre e Camus, descrivendo la “nausea” di un uomo di fronte ad una realtà estranea, o meglio di fronte al nulla. In più Schrader, memore del suo saggio su “Il trascendente nel cinema”, cerca di ripercorrere le tappe fondamentali di uno stile, che si articola attraverso le fasi della “quotidianità”, “scissione” e “stasi”.  L’intento è quello di registrare una frattura, uno scarto che si produce nella vita di un uomo, sino a portarlo ad agire in un modo apparentemente imprevisto, che si risolve poi in una rinnovata quiete, che è uno stadio ulteriore di consapevolezza “religiosa”. E in Taxi Driver soprattutto la scissione è evidente. Travis vive nella sua solitudine, rinchiuso tra le lamiere della sua auto, vero e proprio filtro distorto sul mondo…tutto ciò che vedono i suoi occhi è corruzione, violenza, incubo…nausea appunto. Anche i tentativi di guadagnare una normalità, costruendo una relazione con Betsy (Cybill Shepherd), vengono vanificati dalla sua inadeguatezza al mondo, dalla sua ormai impossibile conformità a regole di comportamento codificate. Il punto è che il “cattolico” Scorsese, nel descrivere lo sbandamento di Travis, non si attiene alle linee misurate, geometricamente ascetiche di Schrader, ma aggiunge il suo lato visionario e “impuro”, rappresentando una schizofrenica discesa negli inferi, da cui si può risalire solo attraverso il sacrificio di sé. E qui s’innesta la storia di Iris (Jodie Foster) e del protettore Sport (Harvey Keitel). E’ nella salvezza della piccola prostituta dal sordido mondo in cui è trascinata che Travis vede ad un tempo la sua redenzione e la sua missione. Si trasforma in una angelo vendicatore, un agnello “che toglie i peccati del mondo”, si lorda le mani di sangue per uscirne, a suo modo, purificato. Ecco quei temi della colpa e dell’espiazione, del peccato e della punizione, che già Scorsese aveva introdotto in Mean Streets. In più qui il discorso si complica con il ragionamento sul mondo come spettacolo e apparenza. L’oscuro tassista, invisibile per tutto il film, comincia ad acquistare visibilità dal momento in cui cerca di ammazzare il candidato alla Presidenza. Quando poi compie la carneficina finale, viene salutato come un eroe…il mondo lo guarda con occhi nuovi, come se solo alla violenza venisse data ragione di esistere. Naturalmente si tratta di un breve istante: la realtà corre veloce, ha sempre bisogno di fagocitare e digerire nuovi eroi e nuovi miti. Il tassista torna nella solitudine del suo taxi…riecco Betsy, con un po’ di rimpianto non per l’uomo in quanto tale, me per l’eroe…Travis capisce e preferisce restare “straniero” a guardare la notte liquida di New York. 

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TAXI DRIVER (Id.) di Martin Scorsese

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con Robert De Niro, Jodie Foster, Harvey Keitel, Cybill Sheperd, Peter Boyle

 

USA 1976, 113′