Flee, di Jonas Poher Rasmussen

La storia di Amin, fuggito giovanissimo dall’Afghanistan, diventa il pretesto per ridefinire i confini tradizionali, sia geografici sia culturali. Candidato agli Oscar 2022.

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Quando sono uscite le nomination dei premi Oscar 2022, parecchi avranno alzato il sopracciglio nel vedere lo stesso film, ossia Flee di Jonas Poher Rasmussen (qui il trailer), candidato a miglior film d’animazione, miglior film documentario e miglior film internazionale. Non è comunque un volo inedito quello che ha portato l’intento documentario a posarsi nel dominio dell’animazione. Questo è l’ennesimo riconoscimento, stavolta chiaro e diretto al grande pubblico, che la tradizionale linea di demarcazione si è sfumata talmente tanto da non avere più senso in tempi così fluidi. Con queste si dovrà scontrare il suo protagonista Amin Nawabi.

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Il tappeto su cui si sdraia, faccia all’aria, ha una trama colorata che richiama i suoi luoghi natii, ossia l’Afghanistan, ma il pavimento su cui è steso è danese. Amin è arrivato da solo a Copenhagen, scappando prima insieme alla sua famiglia dalle armi dei talebani e poi dall’inedia di una Russia contagiata dallo sgretolamento del comunismo sovietico. I confini geografici non sono gli unici che dovrà attraversare, visto che Amin capisce molto presto di essere omosessuale, in un contesto dove “non esiste nemmeno una parola” per dirlo. Steso sul tappeto con gli occhi chiusi, ripercorre la sua storia guidato dalle domande di Rasmussen, suo amico sin dalle scuole superiori, che lo seguono anche dentro all’appartamento in cui vive col compagno Kasper. I disegni animati seguono le riprese delle due macchine da presa con le quali il regista riprende le interviste. Finché i ricordi non li fanno decollare.

Nella sua semplicità, l’animazione in 2D non si limita a puntellare il racconto di Flee e del suo protagonista, ma lo potenzia. Ricostruisce momenti perduti se non per la viva memoria di Amin, come la giovinezza già dilaniata dalla scomparsa del padre a opera del regime comunista nella Kabul del 1984 o il viaggio della speranza verso la Svezia. È questo uno dei momenti più potenti del film e che coincide con l’apice della malleabilità dell’immagine, modellata perfettamente su quel sentirsi sradicati e abbandonati in un deserto oscuro in cui la compassione è più rara dell’acqua. La forza delle visioni nero carbone con le quali viene raccontata la traversata hanno una forza tale da far sembrare quasi scontato lo scontro orchestrato da Rasmussen con i servizi televisivi, per scelta non animate.

Non è solo questione di debolezza, però. Le sequenze di repertorio, ben più artificiose delle immagini animate nelle quali sono incastonate, sembrano porre una domanda ben precisa: che cos’è il realismo? Di fronte a una domanda tanto complicata, c’è chi risponde che non esiste uno stile che sia intrinsecamente legato al realismo, che questo sia piuttosto un effetto testuale, quasi una saetta che scatta da una nuvola in presenza delle giuste cariche. È una questione di sguardo più che di tecnica. Flee fa sua questa posizione, rinunciando al mimetismo e, forse proprio per questo, raggiungendo un iperrealismo emotivo in grado di essere all’occorrenza crudo e tenero, ma sempre votato a una commovente sincerità. E quell’ultimo incontro degli opposti nel momento in cui cade il velo non può che apparire come il più sentito degli auspici.

Titolo originale: Flugt
Regia: Jonas Poher Rasmussen
Interpreti:
Distribuzione: I Wonder Pictures
Durata: 83′
Origine:
Danimarca, USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
3.5 (4 voti)
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