GIFFONI 2016 – In quell’anno avemmo una intensa visitazione di energia

Il legame tra memoria e elettricità attraversa la contemporaneità a più livelli (lo spiega benissimo il sublime poltergeist elettrodomestico di Stranger Things), ed è particolarmente difficile non accorgersi di quanto il nostro conoscere attuale sia soprattutto un “sapere elettrico” quando ti ritrovi per qualche giorno circondato da centinaia di bambini perfettamente in grado di padroneggiare tre o quattro tipologie di supporto differente per “catturare” dei segni che l’occhio nudo non può registrare. I Pokémon, certo.
In uno degli strepitosi commenti dell’Inquisizione social contro l’app della Nintendo (raccolti dalla pagina Protesi di complotto), l’utente di facebook invita a tenersi alla larga da Pikachu, “demonio dell’elettricità” assimilabile allo zeus della demonologia cristiana: continuavo a ripensarci mentre la popstar Mika, durante il suo incontro con i ragazzi di Giffoni, sbottava proprio contro “quella merda di Pokémon Go” che gli sta rendendo la vita impossibile, perché a Londra il cortile di casa sua è pieno di mostriciattoli virtuali preda di tutti i giocatori che passano di lì – meravpokemon_go_strumento_del_diavoloiglioso, inconsapevole atto di sabotaggio da parte di un personaggio mainstream che non sa che il Festival due giorni prima aveva proprio ospitato un evento legato al gioco, una battuta di caccia in Cittadella fino all’ultimo Pokémon da catturare.

Search and destroy, le modalità di battaglia della clamorosa invenzione Nintendo parlano la lingua delle guerre invisibili di oggi in maniera pazzescamente lucida, nella stessa dimensione in cui l’arcade ha sempre fatto da veicolo per l’educazione marziale dei giovani alla società (è per questo che sbaglia chi condanna l’ultima diavoleria della rivoluzione digitale come colpevole distrazione dalle sanguinose disgrazie internazionali dei nostri attuali zero days). Oliver Stone, che ha fatto il Vietnam, ha detto d’altra parte un paio di giorni fa che questo è puro “capitalismo di sorveglianza”, un “nuovo livello d’invasione verso una società fatta di robot controllati a distanza”, e non ho capito se stesse parlando dell’applicazione di realtà aumentata o della guerriglia di Baton Rouge.
Blacklivesmatter e Pokémonlivesmatter pure, le nuove generazioni sanno sin dai primi vagiti che con il digitale si perde la profondità di campo ed ogni cosa sembra alla stessa distanza, vera all’alba e falsa a mezzogiorno.
Quanti Pikachu c’erano nel centro commerciale di Monaco?

Ricevo un anacronistico sms che mi racconta del mitra omicida di Ali Sonboly (in questo momento mentre scrivo mi giunge all’orecchio la voce che da una radio dice che il tipo era “appassionato di videogiochi di guerra”) mentre mi distraggo a controllare lo smartphone durante la proiezione in Sala Truffaut di Equals di Drake Doremus, e ancora gli impulsi elettrici nella mia testa e dietro i miei occhi frullano tutto nello stessoequals-kristen-stewart-doremus drone di feedback che viaggia per voltaggi tutti propri: Kristen Stewart davvero sembra ormai condannata a non riprendersi mai più dalla tempesta magnetica di Maloja, un corpo attoriale tra i più cruciali della nostra fine dei tempi sotto sedativo, ed è chiaro che il fantasma-fratello-diavolo-delle-chat di Personal Shopper dice tutto quello che il dispositivo del cinema può ancora militantemente pensare sul circuito chiuso e anonimo dei sentimenti pop up.
In mezzo ai due Assayas questo Equals mi pare però davvero raccontare la sensazione precisa di questi giorni infestati di allarmi, minacce, regole di ingaggio, punture di buonsenso e confini di sicurezza, come se vivessimo sempre in quell’istante lì in cui riaccendi lo smartphone e la rete dati dopo un lungo viaggio in aereo, mentre il pilota sta terminando le manovre sulla pista e un annuncio ti dice che dovresti tenere ancora tutto spento.

Non sarà un bel film e probabilmente non lo è (seppure sia di sicuro più interessante del precedente Like crazy, anche solo per un’idea grossolana come le luci che cambiano continuamente colore in scena tipo bracciale emozionale, o come una versione young adult dei neon di Cemetery of Splendour, chirurgico sogno elettrico di Apichatpong), ma Equals quando funziona restituisce quello stesso fremito lì, un istante dopo aver letto i whatsapp giunti durante la traversata, e un istante prima di tornare ad essere solo un gruppo di passeggeri con il dispositivo in tasca.
Come questa storia di Jennifer Aniston che chiede di poter sfilare sul “blue carpet” di Giffoni alla sola condizione di assoluto silenzio da pJennifer_Aniston_Giffoniarte delle centinaia di ragazzi scalpitanti per il suo arrivo in paese, dopo aver impedito ai giornalisti a mezzo lettera dei legali di porle qualunque domanda che esulasse dal racconto della sua esperienza da madrina del festival dei ragazzi.
C’è davvero differenza tra questo, il futuro immaginato da Doremus, le traiettorie di pubblico e giornalisti in un festival (ma dove ti sei nascosto per tutto il giorno?) o il villaggio dei Pokémon dentro i nostri gps?

Le “Destination”, tema di Giffoni 2016, sono tutte equals