Gli immortali, di Anne Riitta Ciccone

La regista racconta ancora una storia intima e privata attraverso il registro onirico e allegorico delle sue opere recenti. Il film sprigiona una forte empatia, un equilibrio sincero. Freestyle

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L’ospedale da incubo in cui ad un certo punto si rinchiude Gli immortali di Anne Riitta Ciccone sembra apparentemente quasi fare il paio con il campeggio grottesco “Bella Italia” del film di Lorenzo D’Amico Gli anni belli, scritto proprio insieme a Ciccone (D’Amico è qui confermato in veste di montatore): in entrambi i casi, e seppure la sceneggiatura de Gli Immortali sia di molti anni precedente a quella della commedia balneare di D’Amico, l’impressione è quella di una messa alla berlina del malcostume italiano, lì le origini da villaggio turistico del berlusconismo rampante, qui le strutture sanitarie fatiscenti, il personale maldisposto, il nonsense ancora una volta quasi fumettistico (Le 12 fatiche di Asterix…) delle infinite giravolte burocratiche e delle pratiche di favoreggiamento verso i funzionari (i doni da portare al rappresentante sindacale, addirittura vediamo qualcuno presentarsi con una capra belante per i corridoi della struttura). Ma se invece si trattasse solo della visione interiore della protagonista Chiara, della maniera in soggettiva con cui il suo inconscio sta vivendo e visualizzando il trauma della malattia improvvisa e della morte imminente del padre Vittorio?
Ciccone sembra lasciarlo intendere nel finale, anche perché tutto Gli immortali è in sostanza costruito intorno e nel profondo all’interiorità di Chiara, alter ego della regista che sceglie ancora una volta, per raccontare la storia privatissima degli ultimi istanti di intimità vissuti col padre morente, il registro onirico, allegorico, delle sue opere più recenti.

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E così la protagonista viene ossessivamente visitata da un gruppo di Baccanti uscite fuori dalla rappresentazione teatrale di Euripide a cui sta lavorando come tecnico luci, e comincia a intravedere il Penteo della stessa performance che la segue e la stalkera dietro ogni angolo. A questo, la regista aggiunge anche l’ulteriore stratificazione degli home movies di famiglia di Chiara da piccola con i genitori, intimamente connessi con l’immagine dell’acqua, del mare, della spiaggia, a cui il film ritorna ciclicamente e che lascia segni tangibili come granelli di sabbia anche sul pavimento del presente.
A fronte del disegno della gestione ospedaliera del “virus” che, come detto, corre sempre sul filo del rasoio di diventare un volano pericoloso, soprattutto in un periodo come questo, Gli immortali riesce a trovare un equilibrio sincero (fasciato dalle musiche dei Bowland) a tutta la sua miriade di suggestioni e rivoli narrativi (la relazione omosessuale di Chiara, il licenziamento dal lavoro di Vittorio, i compagni di degenza dell’uomo…), soprattutto grazie alla capacità di Ciccone di disegnare figure pulsanti e reali, che sprigionano empatia tangibile, come nel caso della protagonista interpretata da Gelsomina Pascucci, o della filosofia di vita che unisce la “fricchettonaggine” sessantottina con quella saggezza millenaria tutta meridionale, con cui David Coco caratterizza la sua figura di padre, capace di schernire la Morte dal letto del suo reparto per malati terminali anche quando gli si para letteralmente davanti in una delle potenti parentesi lisergiche del film.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
2.25 (4 voti)
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