Gli sdraiati, di Francesca Archibugi

Padri e figli. Già al centro del romanzo di Michele Serra che poteva apparire un soggetto, certamente in linea con il cinema della Archibugi, ma al tempo stesso un po’ fighettino. Con l’ambientazione milanese di un mondo chiuso dentro i propri problemi borghesi, impermeabile come l’ultimo lungometraggio della regista, In nome del figlio. Con Gli sdraiati, c’è uno scarto tra romanzo e film. Entra in gioco uno strano impeto, uno sguardo irrequieto e nervoso, che ribalta anche la rappresentazione degli adolescenti e le famiglie degli esordi. Tra Mignon è partita e Verso sera.

Giorgio Selva è un personaggio di successo; conduce infatti una trasmissione televisiva popolare, Lettere dall’Italia. La sua vita privata è invece piuttosto incasinata. Dopo la separazione, ha ottenuto l’affido condiviso del figlio adolescente Tito che con il suo gruppo di amici gli invade spesso casa. Le giornate sembrano scorrere simili fino a quando il ragazzo non si innamora di Alice, una sua compagna di scuola. Ad un colloquio con i professori Giorgio scopre che la ragazza è figlia di Rosalba, una donna che aveva lavorato a casa loro diciassette anni prima. La mente di Giorgio inizia a questo punto ad essere assillata da opprimenti fantasmi.

gli sdraiati archibugiDentro Milano. Dalla visione della città iniziale, con un cinema che stavolta attrae per il suo sorprendente caos. Innanzitutto appare particolarmente riuscito il modo di rappresentare gli adolescenti, il loro farsi consumare dalle giornate. E viene messo a fuoco come il rapporto con i genitori si sia ribaltato. “Ti pago se vieni” dice Giorgio a Tito, come se i padri avessero ora bisogno di comprare il tempo dei figli. La Archibugi si sofferma sui loro volti, delineandone singole individualità, da quello di Tito, agli occhi celesti con lo sguardo rivolto sempre da un’altra parte di Alice, interpretati rispettivamente con bravura da Gaddo Bacchini e Ilaria Brusardelli.

Forse a volte gli attori si prendono i personaggi. Non tanto Antonia Truppo, in una prova sorprendente e soprattutto Cochi Ponzoni che illumina il film ad ogni suo passaggio, a piedi o in taxi. Ma soprattutto Claudio Bisio, troppo marcato come se non dovesse uscire troppo dai parametri del romanzo di Serra. Con i suoi dialoghi in cui si intravedono le tracce della scrittura, quando i suoi sguardi funzionano decisamente meglio nel mettere in atto il disagio della convivenza: dal dentifricio lasciato aperto alle chiamate sui telefoni senza risposta. Quasi una reincarnazione dai film di Salvatores proiettata in un ipotetico futuro che è già presente. Per quella c’è la visione fantascientifica. Come se Mad Max si fosse provvisoriamente fuso in un rapporto che può diventare un incubo. Oppure altri spettri. Come il personaggio della madre di Tito. Un riflesso quasi fino alla fine del film.

gli sdraiati claudio bisio antonia truppoScritto dalla regista con Francesco Piccolo, stavolta nel cinema della Archibugi sembra prevalere più l’impeto della testa. Come nel suo film migliore, Questione di cuore. Si vede anche nelle cadute, come la scena di sesso o nei richiami un po’ compiaciuti, come la corsa truffautiana sotto il tunnel sottolineata dalle musiche di Battista Lena. Ma è questo istinto, che mescola anche le cose non riuscite, che da un continuo respiro a Gli sdraiati. Quasi la versione milanese di Caterina va in città. O nella scena della festa. Stavolta si, particolarmente riuscita. Con uno slancio che va dalle parti di quella fisicità del cinema francese. Danzare con rabbia. Segno ancora di un cinema imperfetto ma irrequieto e vitale. Che prova continuamente a cercare un dialogo. Come fa Bisio con il figlio. Molte volte non ottenendo risposta o reazioni. Ma provandoci sempre.

 

Regia: Francesca Archibugi

Interpreti: Claudio Bisio, Gaddo Bacchini, Cochi Ponzoni, Antonia Truppo, Gigio Alberti, Barbara Ronchi, Carla Chiarelli, Sandra Ceccarelli, Ilaria Brusardelli

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 103′

Origine: Italia 2017