HOMEWORKS – Jane Got a Gun, di Gavin O’Connor

1871, New Mexico. Una giovane donna racconta la storia della buonanotte a sua figlia, aiutandosi con le ombre delle mani proiettate sul muro della piccola stanza: si narra del bene e del male, di persone buone e mostri cattivi, di vita e di crescita. Uno straordinario incipit che impasta corpi e ombre anticipando ogni coordinata del film a venire, dove la stessa casa sarà presto attaccata da “mostri cattivi”. Ma andiamo con ordine: la sceneggiatura di Jane Got a Gun (scritta da Brian Duffield, Anthony Tambakis e Joel Edgerton) era stata inserita da tempo nella cosiddetta black list hollywoodiana (in attesa di realizzazione) sino a quando Natalie Portman la adotta come produttrice dando le redini del progetto a Lynne Ramsay e coinvolgendo il collega Jude Law nel ruolo del cattivo Bishop. Cinque anni (e molti travagli) dopo il film è stato finalmente girato da Gavin O’Connor con Ewan McGregor nel ruolo del perfido villan.

La storia è semplicissima: Jane (Natalie Portman) crede di aver perso il suo grande amore Dan (Joel Edgerton) nella guerra civile; segue il consiglio di altre vedove incamminandosi con la sua figlioletta verso le terre inabitate del New Mexico e accetta suo malgrado la protezione del ricco John Bishop; quando si accorge che il progetto dell’uomo è quello di sfruttarla come prostituta, però, cerca di fuggire aiutata da Bill Hammond (Noah Emmerich) che diventa suo marito. In questo duro scontro la figlioletta scompare nel nulla… i due si stabilizzano in una casa isolata e danno alla luce una seconda bambina. Anni dopo Bishop li ritrova, ferisce gravemente Hammond e minaccia di morte Jane: la donna prende la pistola per difende la sua casa, aiutata ora dal vecchio amore Dan che nel frattempo è tornato…

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jane-got-a-gun-trailerJane Got a Gun è un film fatto di attese. Un film dove tutto questo ricco passato riemerge in fulminei flashback dal sapore noir (O’Connor orchestra ancora una volta un dispositivo di ricordi e violenza strutturalmente simile a The Accountant) dando le coordinate al difficile presente. Le dinamiche del melodramma a tre, allora, si mescolano al western/noir e confermano O’Connor come uno dei pochi grandi estimatori del “genere classico” rimasti su piazza. Questo semplice ed efficace incedere narrativo, infatti, è accompagnato da immagini che ne amplificano di molto l’impatto emotivo: si inizia da una magnifica citazione di Sentieri Selvaggi di Ford che apre l’inquadratura a campi lunghissimi sul deserto e cow boy che si intravedono all’orizzonte, in un tempo immaginario posto poco dopo la fine della guerra civile e poco prima la chiusura della frontiera storica. Insomma tra la fine del west e l’inizio del western si muovono archetipi nudi e crudi che delegano la narrazione all’attesa dell’evento di sangue e le immagini all’immenso paesaggio desertico. Un film perfettamente inserito in questa straordinaria nuova stagione del genere che da Meek’s Cutoff a Sweetwater passando per The Homesman, pone sempre al centro la figura femminile come perno della nascente dialettica tra natura e cultura. Il western primigenio degli anni ’00, del resto, sta riflettendo straordinariamente e (in)consapevolmente sul nostro presente pieno di cittadelle assediate, rifunzionalizzando il mito della frontiera in un nuovo contesto socio/culturale che ha bisogno di altre coordinate immaginarie.

E allora: per fare un film bastano solo una ragazza e una pistola, diceva Jean-Luc Godard tanto tempo fa. Jane Got a Gun si basa essenzialmente su questi due elementi, riuscendo a svicolare dalle sue evidenti falle – una produzione sin troppo travagliata, si diceva, e si sente: il film è abbastanza frettoloso nella risoluzione dei suoi nodi tematici e appare più volte frenato e “monco” – basandosi sul notevole talento visivo di O’Connor e sulle grandi interpretazioni dei suoi attori (Portman ed Edgerton su tutti) che impongono comunque la potenza del cinema classico al di là della riuscita del film contingente. Il western è più vivo che mai.

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