Il pretore, di Giulio Base

Il PretoreInquadrature ammiccanti permeano lo schermo con piani sequenza in cui la fluidità del campo controcampo esalta il paesaggio di Luino sulle sponde del Lago Maggiore e le sue maschere (quasi di contorno) dense di fede patriottica verso l'Italia fascista. Due comari accomodate ad una panchina ricamano allusive, sorrette dal dialetto del luogo, sulla fama del pretore Vanghetta che del suo ruolo abusa collezionando una sequela indefinita di conquiste. Poveracce senza casa e senza mestiere che delle curve abbondanti fanno altrettanto abuso per mantenere status quo improponibili.

Base redige come un bravo alunno un groviglio di aspettative, condizioni che aiutano l'occhio ad abituarsi, apprezzandolo, ad uno stato di cose che, l'uso sapiente della mdp, una fotografia graffiante e le scenografie sorprendentemente fedeli all'Italia degli anni '30, restituiscono dal ritmo spasmodico. Poco spazio resta alla mente per considerare questo un prodotto italiano. Si lascia sfogliare come un libro scorrevole Il pretore, gustare come un quadro che mostra la promenade sulla Senna-Garda di Renoir (soprattutto nelle prime sequenze), assorbire come la voce di un attore che rimbomba nella cavea di un teatro. I personaggi sono sin dalle prime battute ottimamente caratterizzati, con cupidigia si svestono mostrando nudità quali fragilità- frigidità-frivolezze. Un Pannofino d'ironia e dalla fisicità pertinente (come pure il cognome del suo personaggio segnala), indossatore di un sopra le righe esageratamente calzante, rende bene, freneticamente in movimento, il vizietto del Vanghetta – che pur si diletta nell'esercizio intellettuale redigendo commediole da far poi interpretare alle sue amanti – perfetta rappresentazione dell'abuso di potere. Su rive opposte contempla come una madonna il sudiciume del marito, e tutto il parlottare che reca seco, Evelina con una Sarah Maestri che nei silenzi strazianti, nella secchezza e lentezza corporea restituisce anoressia affettivo-sessuale.

La struttura romanzesca di Chiara regge i contraccolpi della resa filmica di cui la prima parte è una scoperta tecnicamente riuscita. Immagine lampante di un'epoca quella che ritrae l'accoglienza che il pretore riserva alle donne del paese. Le 'aiuta' ricevendole nel suo studio-appartamento alla scrivania posizionata su un palchetto appositamente sollevato ad un palmo da terra, giusto a ricordare come faceva Charlot/Hitler con il suo alleato/avversario Mussolini nel salone de Il Grande dittatore, che chi è più in alto detiene 'il controllo' (anticamera delle sue imminenti debolezze).

Il filo della trama corre diritto tra dramma (di lei, lui, l'altro, a parti invertite), e commedia (nella folle bulimia cosmicomica di Pannofino che carica senza contegno su indicazione del regista), sul rasoio della derivazione letteraria, ma è così sottile da spezzarsi e spaccare conseguentemente il film a metà. L'arrivo improvviso del lui (l'altro) a costituzione del triangolo pur ravvivando le vicende, per certi versi, ne indebolisce, per contro, i toni, non riuscendo a sconquassare, ri-mescola le carte in tavola in un falso movimento. Lui, è la linea di confine attraversata la quale la proiezione parabolica discende inesorabilmente piuttosto che proseguire vertiginosamente. Il gioco triangolare non regge quando piuttosto che contrarre il tempo, conducendolo verso una veloce elaborazione-chiusura (garanzia del ritmo frenetico di cui sopra), lo espande, consentendo a Pannofino di debordare oltre il limite e alla Maestri di rallentarsi troppo, due esagerazioni che ridicolizzano i personaggi, facendone maschere vuote.

 

Regia: Giulio Base

Interpreti: Francesco Pannofino, Sarah Maestri, Mattia Zaccaro Garau, Eliana Miglio, Carlo Giuseppe Gabardini, Debora Caprioglio, Max Cavallari, Giulio Base, Yor Milano, Emanuela Schiavi


Origine: Italia, 2014
Distribuzione: Mediaplex

Durata: 105'

 

  • Avatar

    Non mi consta che sia possibile porre un qualsiasi "limite" al personaggio di Pannofino, che di limiti non ne ha nemmeno nel romanzo originario, dato che fagocita donne con la rapidità con cui Blob (non quello di Ghezzi) assimila ciò che investe. Non vedo nemmeno tutto questo "rallentamento" nel personaggio di Sarah Maestri, che anzi rimane vera protagonista dell'intreccio narrativo fino alla fine, anche dopo la morte (è per lei e per il frutto del suo grembo che il pretore e il giovane assistente se le danno, in un pestaggio che è – per ambedue – quasi una catarsi.)