Jim Jarmusch, più strano del Paradiso

"Questo è un triste e bellissimo mondo"

Con questa frase lo stralunato personaggio di Roberto Benigni irrompe nel cinema di Jim Jarmusch. Una frase illuminante, che riassume perfettamente una delle carriere registiche più fieramente indipendenti degli ultimi trent’anni. Jarmusch è un figlio del più classico melting pot statunitense: madre irlandese/tedesca e padre ceco/tedesco, origini europee che anticipano quel multiculturalismo che sarà una cifra inconfondibile del suo cinema. Il richiamo dell’Europa, del resto, si fa subito sentire per il giovane studente che vola a Parigi a fare ricerca sul surrealismo e su Andrè Breton (altra cifra forte della sua opera futura), trovando in quel viaggio una vera ragione di vita: si innamora del cinema frequentando la mitica Cinématèque, si nutre dei grandi classici, torna in America col sogno della regia. Insomma quella cristallina ascendenza Nouvelle Vague che in molti gli riconoscono (lo stesso Jim più volte ha dichiarato che il suo modello assoluto rimane Jean Eustache) è un amore evidentemente ricambiato sia dalla Francia che dal Festival di Cannes che lo premia già nel 1984 con la camera d’or per Stranger Than Paradaise.

Tornato in America entra in contatto con i suoi due riconosciuti maestri: il vecchio Nicholas Ray e l’allievo Wim Wenders che progettano insieme l’estrema esperienza filmica di Nick’s Movie – Lampi sull'acqua. Il giovanissimo Jarmusch, da studente di Ray, farà parte della troupe e la sua prima apparizione sul grande schermo avviene a bordo di quella incredibile "nave fantasma” che a fine film traghetta nel Paradiso del Cinema le ceneri del gigante Nich Ray. È il cinema che ri-consegna la vita nella sopravvivenza di uno sguardo.

Ecco: dai suoi folgoranti esordi con Permanent Vacation e Stranger than Paradaise, Jarmusch insegue appunto la vita con un’etica di sguardo e un’onestà registica veramente commoventi. Il suo intimo e paradossale sentimento di estraneità (anche alla stessa famiglia del cinema americano) trasuda da personaggi più strani del paradiso, sopravvissuti alla morte delle ideologie (in questo è un cineasta intimamente anni ’80, ma lontano anni luce dal postmoderno lucasiano), ospitati da un’inquadratura che lascia ogni azione e reazione in fuori campo. Soffermandosi solo sul viaggio a vuoto che si fa costantemente un sublime tempo del sentimento. Le persone/personaggi che Jarmusch inquadra sono (da) sempre anime perse nel vuoto del post-storia che cercano disperatamente di purgare la loro tristezza inseguendo fugaci scintille di bellezza nel non sense. Sono sempre stati vampiri, sopravvissuti in cerca d’amore, non morti in cerca di vita e redenzione ben prima di quest’ultimo splendido Only Lovers Left Alive.

Un mondo assurdo (chiaro il riferimento al teatro di Becket), che ha reso stranieri e nomadi i suoi strambi personaggi (altro riferimento a Camus e a tutta la letteratura esistenzialista europea) spesso innamorati dell’arte (la musica soprattutto, vera passione di Jim: dal Jazz al Rock, da Charlie Parcker a Neil Young). Il non senso, allora, diventa una protezione contro la follia e nessun attore come Roberto Benigni ha saputo incarnare questo sentimento: il corpo del comico italiano è servito al giovane Jarmusch come detonatore di un'alterità fisica, culturale e linguistica che in Daunbailò lo fa sembrare un alieno che piomba nelle road filmate in b/n e inabissa ogni vana ricerca di senso degli “americanissimi” Tom Waits e John Lurie. Un cinema che dilata enormemente i tempi, che ha il coraggio di trovare l'alterità nella quotidianità, intimamente bressoniano nella sua ostinata e commovente ricerca del Sacro oltre la Forma. Ecco: in Jarmush le costanti, palesi e ridondanti citazioni (musicali, letterarie, cinematografiche, filosofiche) non sono mai sfoggio sterile di cultura alta ma rifugio caldo e sicuro per anime perse, le sole vestigia rimaste di una Storia svuotata che sta deragliando verso il “niente ha più senso (frase ricorrente dei suoi film, specie in Ghost Dog). Rimangono solo schegge di mondo appunto: la curiosità di Roberto Benigni, il codice dei samurai di Forrest Whitaker, l’anima poetica di Johnny Depp, la speranza di paternità di Bill Murray o l’amore assoluto dei due vampiri morenti Swinton e Hiddleston.

Jim Jarmusch “l’europeo”, infine, è un cineasta molto consapevole di essere "americano". Il suo è un viaggio filmico tra i generi che attua costanti deragliamenti verso una personalissima destrutturazione: il noir di Ghost Dog, il western di Dead Man, il road movie di Broken Flowers o il gangster movie di The Limits of Control, ripresentano fedelmente l’apparato iconico tipico del sistema dei generi classici (le vestigia appunto) poggiato però sul vuoto delle percezioni. E allora: se nella prima parte di carriera la sua matrice nouvelle vague è sin troppo palese (il bianco e nero, il piano sequenza, i falsi raccordi, la musica antifrastica), nella seconda parte, da Dead Man in poi, è la lotta strenua contro la morte che si erge a tema forte di un cinema diventato più “classico”. William Blake/Johnny Depp è il personaggio che sfonda le porte del Paradiso e incarna il viaggio liminale degli stranieri jarmuschiani verso la redenzione. E se Bill Murray in Broken Flowers è la chiusura dei conti col passato (il suo lento viaggio rompe la stasi di una memoria emotiva riaccesa dalla presunta paternità) e Isaach De Bankolè in The Limits of Control ne è l'achetipo più puro (un movimento bloccato solo nella storia del cinema), i due vampiri di Only Lovers arrivano al punto limite. La summa di una carriera formidabile. L’amore puro e distillato, oltre la vita/morte, rimane l’unico senso che giustifica il cinema ormai pietrificato. Questo è un triste e bellissimo mondo