La svolta, di Riccardo Antonaroli

L’esordio di Riccardo Antonaroli è un film a tratti acerbo, ma con buone premesse e dai chiari riferimenti cinematografici e seriali. Fuori concorso.

Riccardo Antonaroli porta fuori concorso al Torino Film Festival il suo primo film da regista, La svolta, un film di formazione travestito da gangster movie. Romano, classe 1987, il giovane autore mette in campo i chiari riferimenti cinematografici e seriali di genere intorno ai quali il film è costruito, che vanno da Romanzo criminale a Suburra, da Dogman (il ruolo del sicario affidato a Marcello Fonte non è un caso) a Lo chiamavano Jeeg Robot.

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La trama ruota attorno all’incontro fortuito tra l’inibito Ludovico (Brando Pacitti), studente universitario nel pieno di un blocco esistenziale, che vive isolato coltivando il sogno segreto di diventare un fumettista, e Jack (Andrea Lattanzi), piccolo criminale che dopo aver rubato un borsone pieno di soldi ad un malavitoso romano, trova rifugio a casa di Ludovico, costringendolo ad una convivenza forzata. In breve tempo tra i due nasce un rapporto di complicità e fratellanza. Jack aiuta Ludovico ad uscire dal suo guscio di insicurezza e ipocondria, spingendolo alla conquista della bella vicina di casa Rebecca (Ludovica Martino), di cui il ragazzo è innamorato. Dal canto suo Ludovico s’impegna a nascondere Jack, ricercato dagli scagnozzi del boss Spartaco. Fino alla resa dei conti finale. Il risultato è un film dalle buone premesse, nonostante rimanga troppo ancorato ai modelli di riferimento.

Sospeso a metà tra film di genere e intento autoriale, Antonaroli appare ancora incerto nel discostarsi dal proprio gusto per trovare una propria voce, che avrebbe potuto sfruttare nell’approfondimento della psicologia e delle dinamiche dei propri personaggi. L’elemento caratterizzante è senza dubbio l’attaccamento ad una romanità insistita e stereotipata, che emerge nei dialoghi (“Non esci di casa nemmeno quando disegni“, dice Jack a Ludovico commentando il fumetto ambientato a Garbatella) e nella costruzione citazionista delle scene, sostenuta dalla colonna sonora curata da Carl Brave, asceso a simbolo contemporaneo di cantore della Roma 2.0. Un film a tratti acerbo e poco fluido, che riesce però a non prendersi troppo sul serio, alternando momenti di tensione, come le esecuzioni a sangue freddo nello scantinato del Flamingo, ad altri di leggerezza giovanile come la cena a casa di Rebecca, teatro di tenere liaisons amorose, o lo scambio di confidenze tra Jack e Ludovico, il cui legame fraterno di scoperta reciproca di sé attraverso l’altro, è il perno attorno al quale gira tutto il film e in quanto tale avrebbe forse meritato, già in fase di scrittura, la stessa cura ed attenzione data ai richiami derivativi.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
4.2 (10 voti)
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