Malcolm X, di Spike Lee

Malcolm X è il primo kolossal afroamericano ma non riesce a riscrivere completamente la storia. Spike Lee è chiaramente un antesignano ma davanti all’epica ha ancora dei modelli di riferimento bianchi

Malcolm X doveva essere il salto definitivo di Spike Lee all’interno delle gerarchie di Hollywood. Il successo dei suoi film indipendenti si prolungava da un decennio e la sua fama aveva superato i confini della comunità afroamericana. La sua presenza fissa nei festival internazionali e lo status di autore gli avevano permesso di stalkerare la Warner. La produzione elaborava da tempo l’idea di un biopic sul leader nero assassinato nel 1965 e stava per far partire le riprese con la regia del veterano bianco Norman Jewison. Le rimostranze della stampa e degli intellettuali sollecitarono la sostituzione e gli consegnarono molte opzioni per girare un kolossal a modo suo.

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La leva della questione razziale gli aveva consentito di disporre di un budget consistente e di imporre una durata invendibile di più di tre ore. Spike Lee utilizzò il termine la piantagione per definire lo studio tutte le volte che i suoi uffici avanzavano delle pretese sulla versione finale. Il cineasta aveva utilizzato ogni provocazione dialettica per attirare l’attenzione sul film e per trasformare Malcolm X nel suo grande capolavoro. Quindi, la domanda è abbastanza scontata: ci è riuscito? Il tributo alla vita del pastore dei black muslims resta un titolo fondamentale degli anni novanta ma mette in mostra tutti i limiti del regista davanti all’epica.

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I titoli di testa sono un manifesto di audacia che la cronaca contemporanea e le recenti rivolte nelle città americane rendono ancora più significativo. La voce over di Malcolm X accompagna il lento rogo della bandiera a stelle e strisce che si alterna alle immagini dell’infame pestaggio di Rodney King. Tuttavia, resta anche l’unico momento in cui Spike Lee è capace di girare veramente un film in grado di riscrivere la storia del suo paese e del suo popolo. Il regista si affida spesso alle testuali parole incendiarie dei discorsi dell’uomo politico per raggiungere uno scopo verso cui non è mai visivamente all’altezza.

Malcolm X inizia in un modo avvincente che trasporta indietro di quaranta anni le atmosfere tipiche dei primi film del regista. La ricostruzione dei ghetti di Boston e di New York nel secondo dopoguerra è un’ispirata comfort zone. Il futuro attivista e il suo compare sono solo dei ladruncoli che cercano la legittimazione dei bianchi e le briciole dei loro lussi. Il ritmo è vivace e la messa in scena è mossa da un desiderio scorsesiano di far rivivere l’epopea dei luoghi più amati e odiati. Le scene nelle sale da ballo sono elaborate e ingiustificatamente costose. Non è sicuramente un caso che il suo compagno di avventure di quell’epoca sia interpretato dallo stesso regista.

Tuttavia, il protagonista annuncia continuamente che questo scenario scintillante è destinato a finire. Quei momenti che Spike Lee ha riportato in vita a suon di milioni di dollari erano il veleno dell’uomo bianco. Il momento in cui la coppia di teppisti finisce in carcere è decisivo per la consapevolezza del giovane Malcolm X ma non è altrettanto formativo per il regista. La sua capacità di gestire il film subisce un duro colpo e la sua impronta è sempre meno marcata. È il passo indietro del seguace devoto rispetto alla personalità del suo leader? Forse, la spiegazione è più prosaica: la sua mano sembra molto più impersonale e le sue scelte si orientano verso il gusto predominante dell’epoca. Non bisogna dimenticare che nel 1992 i film come JFK di Oliver Stone sono dei grandi eventi cinematografici che fanno scuola.

Spike Lee oscilla tra la ricostruzione accurata delle location e delle immagini di repertorio e la ben riposta fiducia in Denzel Washington. In entrambi i casi, le sue decisioni non sembrano mai pienamente focalizzate e il film soffre questa incertezza. Malcolm X non è un film completamente sbagliato ma la sceneggiatura non centra quasi mai il bersaglio. La descrizione dei conflitti del protagonista nei confronti della Nation of Islam taglia il respiro necessario all’agiografia. Il copione voleva essere un resoconto della sua anima tormentata o avanzare dei dubbi sulla sua purezza? Allora, non si spiega perché il finale riproponga il potente sermone funebre di Ossie Davis.

La performance di Denzel Washington è mimeticamente straordinaria e salva un film che non ha una strada chiara. Di certo, Malcolm X è il primo tentativo di un regista afroamericano di scrivere la sofferta storia di emancipazione del suo popolo senza le ingerenze dei bianchi. Da questo punto di vista, è l’antesignano di una lista di film che oggi si sono imposti e hanno raggiunto dei risultati più coerenti. Spike Lee aveva la libertà creativa ma non aveva ancora un linguaggio ugualmente alternativo ed identitario. Una volta messo di fronte a qualcosa di più ambizioso di una storia del ghetto, i suoi modelli di riferimento erano ancora quelli della sua nemesi.

 

Titolo originale: id.
Regia: Spike Lee
Interpreti: Denzel Washington, Angela Bassett, Albert Hall, Al Freeman jr., Spike Lee, Delroy Lindo, Kate Vernon
Durata: 202′
Origine: USA, 1992

 

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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