Petite maman. Intervista a Céline Sciamma

La nostra intervista esclusiva alla regista di Petite maman, presentato alla scorsa Berlinale e nella sezione della Festa del Cinema di Roma Alice nella Città dove ha vinto come miglior film

Ospite alla Festa del Cinema di Roma, dove ha presentato Petite maman che ha vinto il Premio come Miglior film Alice nella Città 2021, la regista francese ci ha raccontato cosa significa per lei fare cinema politico, tracciando un fil rouge tra sguardo femminile e occhi dell’infanzia.

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Il suo è un cinema politico che vive però di suggestioni, sensazioni ed evocazioni. Come riesce a conciliare l’esigenza di trasmettere un’idea politica forte, precisa, con questa libertà interpretativa che lascia allo spettatore?

Penso perché non ho un messaggio politico preciso, ma piuttosto mi baso proprio sulle sensazioni. In effetti non c’è un messaggio, io metto dentro delle idee che cerco di far danzare insieme. Quindi più idee ci sono più un film diventa politico. Per me è importante che ci sia proprio questa ricchezza di possibilità che ti porta poi a vivere maggiormente la vita, ti dà più possibilità d’interpretazione. Queste idee devono danzare insieme per poi riunirsi in un’unità e lo devono fare in maniera sensuale, proprio perché c’è quest’idea del desiderio, un’idea che dà voglia di avere altre idee.

 

Uno degli aspetti più interessanti che emerge in Petite maman è l’idea di sorellanza e cooperazione tra le ragazze, ma anche tra generazioni diverse…

È un po’ questa l’idea: di combinare l’aspetto gioioso e l’aspetto politico di questo film, che molto spesso vanno di pari passo, la gioia e la politica. L’idea era proprio quella di eliminare la gerarchia, di creare una sorta di equilibrio tra quella che è una madre e quella che è una figlia. Ed è proprio per questo che ho scelto due sorelle. Ho cercato di passare da quella che è un’idea di genealogia verticale ad una orizzontale ed è questo che poi ha portato all’aspetto della solidarietà e della sorellanza, nel senso più vasto del termine. È in questo modo che ho voluto superare quella che era una visione di duo madre e figlia per arrivare ad un vero e proprio trio. Ho cercato di focalizzarmi sul significato del trio nella storia, quindi madre, figlia e nonna che è a sua volta molto importante.

 

In Petite maman ritorna lo sguardo femminile, ma ritorna anche lo sguardo dell’infanzia, che aveva già affrontato in altri suoi precedenti lavori come Tomboy e con la sceneggiatura di La mia vita da zucchina. Non a caso la protagonista è una bambina. Pensa ci siano dei punti di contatto tra la visione del mondo che hanno le donne e quella dei bambini? 

Ho cercato di creare questo legame. Volevo ricreare al cinema e nel film uno sguardo sia femminile che infantile. In fondo si tratta della stessa problematica. I personaggi non hanno accesso all’integralità della loro interiorità, della loro individualità, perché gli autori non riescono quasi mai a rappresentarle del tutto. Quindi le donne e i bambini sono spesso trattati nello stesso modo. Dunque sì, ci sono dei punti in comune forti tra questi due soggetti.

E dal punto di vista produttivo, crede che i bambini possano rappresentare un pubblico di riferimento per lei?

Sì, i bambini sono un pubblico che mi interessa molto perché è un pubblico super contemporaneo. Non hanno la pressione culturale, il background di tutta la storia del cinema, sono in prima linea nel portare avanti idee nuove. Io lavoro coi bambini e mi sono resa conto di quanto siano capaci di individualità e di impegno. Ma abbiamo visto come i giovani, i bambini, vengono considerati cittadini di seconda classe, come se non avessero idee politiche. Io invece credo che i bambini siano un pubblico col quale si può essere inventivi, radicali e poetici. È un pubblico col quale si possono sperimentare idee nuove e quindi il pubblico migliore.

 

Quali  sono stati i suoi riferimenti cinematografici per realizzare questo film? 

Per questo film ho pensato molto a Miyazaki e a tutto quello che è il cinema d’animazione giapponese. Infatti ha una connotazione veramente molto pittorica, con l’autunno, i colori, fa molto riferimento a questo tipo di cinema d’animazione. Un altro film che voglio citare e che secondo me è stato sottovalutato è Big, con Tom Hanks. L’ho visto al cinema da bambina e mi ha turbato molto. Inoltre ho pensato molto anche all’infanzia del cinema. Volevo che il mio film assomigliasse a quello che viene definito realismo magico. Ho voluto ricreare quell’atmosfera di magia primitiva.

 

Petite maman è stato girato durante la pandemia. Quali sono state le difficoltà e gli stimoli che le ha dato quest’esperienza? 

Per quanto riguarda girare il film, sicuramente ci sono stati tantissimi aspetti non gerarchici ma soprattutto tanti protocolli. In un periodo come questo della pandemia, integrare questi protocolli si può fare abbastanza facilmente. Il film era molto compatibile con il momento perché è stato girato in studio, ci sono pochi attori e poca interazione fisica. Allo stesso tempo però è stato qualcosa di completamente diverso dal solito. Io dico spesso che girare un film è una sorta di lockdown personale e invece stavolta abbiamo dimenticato il mondo, un mondo vuoto, per entrare in una scatola dove poter togliere le mascherine dal viso e guardarlo. È stato un momento di grande sacralità e grande tensione emotiva. E credo che nel film ci siano tante immagini che sono cariche di questi momenti. Pensate che proprio questo film a-temporale, per così dire, è così caratterizzato affettivamente e magicamente proprio del momento che abbiamo attraversato, anche perché in qualche modo parla di un attraversamento.

 

 

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