Ritratto di un amore, di Martin Provost

Troppo attento alla cura estetica della suo film, al regista francese serve ancora qualcosa per poter sciogliere il suo cinema, passando dal puro formalismo alla vera essenza delle immagini.

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Andare sotto la scorza, oltre la superficie delle cose. A cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento, il post-impressionismo di Paul Cézanne, Paul Gauguin, Vincent van Gogh ed Henri de Toulouse-Lautrec superava così il precedente movimento impressionista di Monet, Pissarro e Renoir, andando a scavare sempre più a fondo nella propria pittura attraverso una rinnovata libertà del colore. Questa evoluzione tecnica si faceva specchio di una dimensione personale. Una “finestra sull’interiorità” che aprì le porte ad un cambiamento radicale della pittura come forma d’arte durante il XX secolo. Tra i protagonisti meno citati di questa piccola grande rivoluzione ci fu sicuramente Pierre Bonnard. Pittore, incisista e cartellonista francese, ad inizio Novecento Bonnard rielaborò la pittura impressionista in chiave più intimista e meditata. La sua pittura, influenzata nel colore dalle scelte simboliste di Gauguin, nell’anima dalla poesia di Mallarmé, nella struttura dalla musica di Debussy, prende vita attraverso il biopic diretto da Martin Provost, presentato già a Cannes 2023 nella sezione Cannes Premiere, nonché, film di apertura a Rendez-Vous a Roma.

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Ma in Ritratto di un amore la pittura di Bonnard (Vincent Macaigne) non può più prescindere dall’amore e dal rapporto la figura chiave della sua vita: Marthe de Méligny (Cécile de France). Prima modella occasionale, poi musa, amante, infine moglie e compagna di vita del pittore, il quale la raffigurerà in più di un terzo dei suoi dipinti, Marthe è la fonte inesauribile di amore, desiderio, sofferenza e bellezza che influenzerà definitivamente l’arte di Bonnard. Provost, come già in passato con Quello che so di lei o La brava moglie, sa da che parte schierarsi. Il centro del suo cinema diventa, ancora una volta, l’universo femminile. Marthe non è soltanto la musa di Pierre ma colei che costruisce, segna e definisce con la sua impronta caratteriale, l’arte e il processo creativo del pittore post-impressionista. Il rapporto di passioni e litigi tra Pierre e Marthe si alimenta e consuma a ciclo continuo, in alcune abitazioni bucoliche lontane dal beau monde parigino.

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Provost ci reclude con i due coniugi all’interno del loro piccolo mondo fatto di conflitti, amore, arte ed adulteri senza mai poter uscire dalla scorza superficiale di un racconto fin troppo didascalico e approssimativo. Il complesso rapporto tra moglie e marito, un rapporto di reciproca connessione, dipendenza, influenza creativa e spirituale non riesce mai a svincolarsi dalle briglie formali di un intreccio sentimentale troppo standardizzato, mai libero fino in fondo di raccontarci l’arte oltre il quadro, l’amore oltre il ritratto. Ecco che a Provost, troppo attento alla cura estetica della suo film, serve ancora qualcosa per poter sciogliere definitivamente il suo cinema, per passare dal puro formalismo alla vera essenza delle immagini.

Titolo originale: Bonnard, Pierre et Marthe
Regia: Martin Provost
Interpreti:  Cécile De France, Vincent Macaigne, Stacy Martin, Anouk Grinberg, André Marcon, Grégoire Leprince-Ringuet, Hélène Alexandridis, Peter Van den Begin, Yveline Hamon, César Domboy, Jean-Christophe Bretignière, Philippe Ricardin, Stanislas Merhar
Distribuzione: I Wonder Pictures
Durata: 122′
Origine: Francia, 2023

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
Sending
Il voto dei lettori
1.5 (2 voti)
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