Rosetta, di Luc e Jean-Pierre Dardenne

“Tu hai una vita normale. Io ho una vita normale. Tu non finirai in un buco nero. Io non finirò in un buco nero. Buonanotte. Buonanotte”.

È impossibile prendere le distanze da Rosetta perché la macchina da presa è sempre lì con lei, e così noi: seguiamo la sua vita, quella quotidianità fatta di azioni ripetute, semplici e mai banali, di silenzi e di respiri, di pensieri trattenuti che hanno la capacità di concretizzarsi in un gesto, estremo. La sua indomita ricerca di una normalità è il grido di ribellione di tanti giovani che decidono di vivere onestamente e di denunciare, senza paura delle conseguenze, chi si fa beffa degli altri per il proprio tornaconto. Rosetta è indiscutibilmente un film sul presente, di ieri e di oggi, che con tenacia si avvinghia alla realtà e lascia i segni di una rabbia sofferta: la protagonista si sposta incessantemente per la città per trovare un lavoro, una casa vera, un amico (Fabrizio Rongione); trascina il corpo imperturbabile della madre (Anne Yernaux) che prova a salvare da una fine rovinosa, e resta lei stessa invischiata in un fiumiciattolo fangoso perché in fondo la sua è una battaglia in solitaria contro una macchina-mostro fagocita-speranze. In questo movimento carico di fatica e frustrazione, come i sacchi di farina che la ragazza solleva per versarli nell’impasto, si inserisce un movimento leggero e misurato – momenti di felicità – che scorrono lungo una piega accennata della bocca o lungo i passi di un ballo che non si conosce.

I Dardenne, registi e sceneggiatori, avevano già avuto un riscontro internazionale qualche anno prima con La promesse, che metteva al centro sempre un giovane e la sua volontà di riscatto in un mondo di emarginati. Qui si allontanano dalle classiche convenzioni drammaturgiche offrendoci un dramma interiore alla storia stessa, attraverso un linguaggio ancora più maturo ed essenziale che non ha bisogno di artifici estetici e narrativi. Il film fa un uso parco della parola, non indugia sulla retorica né vuole esaurire un discorso che resta sospeso e che si allarga a un’intera generazione: pensiamo ad esempio all’ambiente urbano, una periferia in abbandono, descritto con pochi tratti che non permettono un’assoluta identificazione geografica. Un cinema certo del sociale che però ha solo l’ambizione di mostrare e porre interrogativi – alla fine Rosetta vince: viene assunta, ma poco dopo si licenzia; è davvero questo ciò che voleva? In questo scarto tra pubblico e privato, visione collettiva, comunemente accettata, e sguardo personale e complesso, a volte contraddittorio, sta l’autenticità di un cinema che non imita la vita ma è un tutt’uno con essa. Nel 1999 Rosetta si aggiudica la Palma d’oro, e la protagonista Émilie Dequenne il premio per la miglior interpretazione femminile; in gara c’era anche Tutto su mia madre: due film così lontani (eppure) così vicini legati inconsapevolmente da quell’uguaglianza tra arte e esistenza.

 

Titolo originale: id.
Regia: Jean-Pierre e Luc Dardenne
Interpreti: Émilie Dequenne, Fabrizio Rongione, Anne Yernaux, Olivier Gourmet, Bernard Marbaix, Frédéric Bodson
Durata: 95’
Origine: Belgio/Francia 1999
Genere: drammatico