SAN SEBASTIAN 57 – "City of Life and Death", di Lu Chuan (Concorso)

city of life nad death L’assedio e il massacro di Nanchino prendono forma in un bianco e nero netto e implacabile, che taglia lo schermo con i suoi contrasti marcati e crudeli e dove la luminosità accecante del cielo e del sole si staglia sopra le macerie fumanti di una città, di un popolo sconfitto ma non piegato, un paesaggio nero e sordo come un’ombra di morte che gronda sangue insieme ai cadaveri lasciati marcire in ogni cortile, in ogni angolo

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city of life nad deathAlla fine del 1937, dopo la caduta di Pechino e Shanghai, l’esercito giapponese è alle porte di Nanchino, l’allora capitale della Repubblica di Cina. I titoli di testa di City of Life and Death scorrono su una lunga lista di cartoline che, nelle brevi note impresse sulla carta, ripercorrono la seconda guerra sino-giapponese e l’inesorabile avanzata dell’esercito nipponico sul suolo cinese. L’assedio, la conquista e il massacro di Nanchino prendono forma in un bianco e nero netto e implacabile, che taglia lo schermo con i suoi contrasti marcati e crudeli e dove la luminosità accecante del cielo e del sole si staglia sopra le macerie fumanti di una città, di un popolo sconfitto ma non piegato, un paesaggio nero e sordo come un’ombra di morte che gronda sangue insieme ai cadaveri lasciati marcire in ogni cortile, in ogni angolo. City of Life and Death è un racconto bipartito, la guerra degli uomini e dei bambini che seguono i loro padri per non tradire uno sguardo pieno di orgogliosa rassegnazione davanti alla caduta, e la coraggiosa e fiera resistenza delle donne, dei civili, dei sopravvissuti che cercano riparo nel campo dei rifugiati, sventrato e offeso come le giovani votate al martirio della carne, svuotate e uccise dall’abuso sessuale dell’esercito nemico. La guerra che Lu Chuan racconta è un movimento collettivo dove i corpi diventano all’unisono testimoni dell’apocalisse, braccati senza riuscire più a trovare un riparo, neanche tra le mura della preghiera, imprigionati come una mandria stanca in un recinto invalicabile, in attesa di essere macellati mentre la morte continua a risuonare sempre più vicina, sempre più inevitabile e spaventosa. Corpi assediati da un nemico che nell’arbitrarietà della crudeltà cerca anch’esso, come le sue vittime, una via di fuga dalla propria precarietà. Ma anche del carnefice non restano che le spoglie, fantasmi che mettono in scena la vacuità della propria violenza in una danza celebrativa che si rivela essere un rituale privo di senso e di vita, la danza del finale di City of Life and Death dove l’esercito giapponese sfila tra le strade deserte e mute. Lu Chuan si confronta con la Storia inciampando più volte nella stereotipo, nell'appiattimento dei personaggi, per cantare l’apologia della Cina e la virtù inattacabile del suo popolo, un popolo dove non esistono vinti ma solo martiri coraggiosi. Cesella un affresco macabro e terribile, dove però la morte riesce a scioccare solo per un istante, cedendo troppo spesso alle lusinghe della perfezione formale, vuota e fine a stessa e  finisce per rendere troppo freddo, disabitato, calcolato quel senso di logorante attesa e di assedio che permea tutta la pellicola.

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