SAN SEBASTIAN 57 – Vince "City of Life and Death"

i premiati di san sebastian 57
A trionfare è dunque il film di
Lu Chuan, che vince non solo il premio più ambito, la Concha de Oro, ma anche quello per la migliore fotografia, di grande pregio. E a trionfare è buona parte del mediocre, dentro qualsiasi genere si muova e lo si osservi, cinema spagnolo in concorso. Davvero troppi tre premi a due dei tre lungometraggi in gara. Unico premio del tutto francese, quello speciale della giuria, invece, è quello a Le refuge di François Ozon

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i premiati La Cina degli anni Trenta nel periodo dell’occupazione giapponese, raccontata in oltre due ore, con un bianconero che scolpisce in ogni inquadratura le atrocità compiute dagli invasori nel massacro di Nanchino e con un astio narrativo che diventa anche filmico, dal regista cinese Lu Chuan è in primo piano nell’elenco dei premi della cinquantasettesima edizione del Festival Internacional de Cine di San Sebastián terminata sabato con la cerimonia (e per la prima volta, segno della crisi, senza la grandiosa festa notturna) e la proiezione del film di chiusura (l’americano Mother and Child, reazionaria commedia drammatica sulla maternità, e sulla necessità che essa sia quella biologica e non adottiva, di Rodrigo García con grandi nomi sprecati: Naomi Watts, Samuel L. Jackson, Annette Bening…).
A trionfare è dunque
City of Life and Death di Lu Chuan, che vince non solo il premio più ambito, la Concha de Oro, ma anche quello per la migliore fotografia, di grande pregio. E a trionfare è buona parte del mediocre, dentro qualsiasi genere si muova e lo si osservi, cinema spagnolo in concorso. Davvero troppi tre premi a due dei tre lungometraggi in gara (il terzo è Los condenados di Isaki Lacuesta, parecchio estetizzante nel descrivere la resa dei conti nella foresta argentina tra ex guerriglieri che trent’anni prima lottarono contro la dittatura). Yo, también di Álvaro Pastor e Antonio Naharro vince sia il premio per la migliore attrice (la star spagnola Lola Dueñas, in un’interpretazione intensa) sia quello per il miglior attore (Pablo Pineda), in un film che racconta, dosando tocchi fin troppo adeguati e ben educati, l’incontro fra un trentenne con la sindrome di Down, laureato, cresciuto in una famiglia che non lo ha mai fatto sentire inferiore, e una collega di lavoro, non disabile, ma con molti problemi personali irrisolti. La mujer sin piano, secondo lungometraggio di Javier Rebollo (che esordì dirigendo Lola Dueñas in Lo que sé de Lola), ha invece vinto in maniera incomprensibile il premio per la migliore regia in un lavoro dove tutto è pianificato nel disegnare con gesti minimali e surreali la quotidianità e la fuga di una casalinga che si è sempre dedicata al marito e alla casa. Co-produzione con la Francia, in un festival dominato dalla presenza francese non solo nei nuovi film ma pure nella retrospettiva dedicata al cinema d’oltralpe degli ultimi dodici anni (purtroppo costruita solo sui titoli di maggior sucesso festivaliero) e nella scelta del presidente della giuria (Laurent Cantet). Unico premio del tutto francese, quello speciale della giuria, invece, è quello a Le refuge di François Ozon.
Completa l’elenco dei film premiati l’australiano
Blessed di Ana Kokkinos, cui è andato il premio per la migliore sceneggiatura (di Andrew Novell, Melissa Reeves, Patricia Cornelius e Christos Tsiolkas). Pur con una struttura collaudata nel ‘genere’, quello del film corale, Blessed descrive da un doppio punto di vista, e dal suo interno pieno di sfumature, delle/degli adolescenti e delle madri, relazioni difficili, cadute, riscosse, solitudini, abbandoni, desideri, marginalità…
Le altre due giurie ufficiali hanno premiato l’opera prima belga
Le jour où Dieu est parti en voyage di Philippe Van Leeuw (sezione New Directors), ambientato durante la guerra in Ruanda, e Gigante, anch’esso film d’esordio, dell’uruguaiano Adrián Biniez (sezione Horizontes Latinos). Il pubblico ha invece fatto vincere il furbo Precious di Lee Daniels, mentre il premio della gioventù è stato assegnato al turco Min dît (The Children of Dyarbakir) dell’esordiente Miraz Bezar, ambientato nel Kurdistan turco degli anni Novanta in cui devono sopravvivere due fratelli.

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    Un commento

    • Siete meravigliosamente preparati e obiettivi. Il ministero dovrebbe finanziarvi per il lavoro che svolgete, anzi i cineasti italiani dovrebbero darvi un compenso di mille Euro a ogni film che fanno<br />(per lo più brutti) per l'immenso lavoro critico-storico- cinefilo che continuate a proporre a chiunque sia amante del cinema (professionista o appassionato di cinema).<br />Grazie, grazie, grazie. viva Sentieri Selvaggi.<br /><br />