Sentieri Selvaggi incontra Gipo Fasano

Il suo film “Le Eumenidi” è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma 2020. Gipo Fasano ci ha raccontato quali scelte l’hanno portato a realizzare la sua interessante opera d’esordio

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Sentieri Selvaggi incontra Gipo Fasano: dopo la proiezione del suo film d’esordio, Le Eumenidi, presentato alla Festa del Cinema di Roma e al Laceno d’Oro del 2020, girato con due smartphone; il regista si è prestato venerdì scorso ad un Q&A con gli studenti e la redazione di Sentieri Selvaggi.

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Data la natura poliedrica de Le Eumenidi, l’incontro non poteva che cominciare con una riflessione sulla stratificazione linguistica del film e sulle motivazioni che hanno spinto Gipo Fasano ad adottare questa scelta. «Sicuramente c’è un ragionamento produttivo iniziale sui mezzi», il film è stato girato con un budget di appena novemila euro, «la soluzione è stata quella di “cucirsi addosso” il film che volevamo». Se è stata la necessità a indirizzare le prime strategie in fase di pianificazione, a questa si sono presto affiancate «scelte narrative. Il concetto della bestemmia, ad esempio, ha un legame con il testo e con le preghiere di Oreste, però d’altra parte è una parte viva del film che sarebbe stato un principio di autocensura non inserire».

La bestemmia permette poi di spostare la riflessione sul tema della commerciabilità: la bestemmia, la presenza di musiche di cui non si hanno diritti, ma anche immagini come quelle del videogioco GTA o dello stadio precludono ad un percorso distributivo canonico.

«Non è che l’orizzonte (commerciale) non fosse fattibile. Avremmo potuto farlo ma avremmo perso qualcosa, una questione di credibilità. C’era un approccio produttivo più vicino al documentario: io non ho nessun diritto né per stoppare un pezzo musicale, né per coprire la bestemmia. Non c’era una volontà di non essere distribuiti, c’era una volontà di essere credibili. Applicare un sistema legale a questo sistema espressivo sarebbe stato sbagliato. Ci siamo preclusi delle possibilità, ma noi non volevamo lucrare su questo lavoro, era una necessità espressiva reale.»

Questa necessità espressiva, unita all’utilizzo di uno strumento di ripresa non convenzionale come il cellulare, ha permesso al film di addentrarsi in spazi che altrimenti sarebbero stati preclusi. Fasano ci tiene a precisare che «è un film pensato in un’era pre-covid, che oggi sarebbe pensato in maniera diversa». La lavorazione è infatti cominciata nel 2017.

Si è poi parlato della duplice natura della Roma presentata da Le Eumenidi, da una parte profondamente riconoscibile in alcuni luoghi e situazioni, come la via crucis, dall’altra assolutamente “neutra”, un immaginario che potrebbe riferirsi a qualsiasi città italiana.

«La natura del personaggio è legata a quella del quartiere (i Parioli), comunque parliamo di una grande palude. La grande difficoltà di Valerio è uscire dalla palude nonostante abbia tutte le possibilità per farlo, questo è il vero punto di alcuni luoghi rimani li, perché c’è sempre una soluzione, una via d’uscita, non puoi morire. In questo GTA e la possibilità di rinascere si lega molto a lui, la non morte. Mette molta ansia l’idea di non finire mai.»

L’ambientazione pariolina permette inoltre di mettere in scena il dualismo tra necessità di apparire e di essere del personaggio. Un’idea di apparenza che è «un’idea di rappresentazione altoborghese, legatissima a ciò che appare e non ciò che è, che è il vero demone del protagonista: l’idea di dover apparire e non poter essere. Ci sono dei concetti che si legano all’apparire e al performare».

Il film è costellato di atti performativi, in cui il protagonista si mette in scena davanti ad altre persone. Il ristorante dove Valerio lavora è il luogo della rappresentazione per eccellenza. «Valerio va in scena tutti i giorni, pranzo e cena. Va in scena così spesso che ti dimentichi chi sei, diventi solo quel personaggio, ma è solo apparenza. Io credo che questa sia una cosa che si veda tantissimo in certi ambienti altoborghesi e fa parte del racconto di quartiere questo lavoro di falsa apparenza.»

Purtroppo, il film è stato profondamente penalizzato dalla situazione pandemica. La scelta era di puntare tutto sulla possibilità di apparire nei festival. «La provocazione era portare un film girato con il cellulare in sala». Il lockdown ha fatto si che, con l’esclusione della Festa del Cinema di Roma, il film dovette spostarsi su piattaforme streaming. «L’online è una castrazione, non perché il film perdesse di valore o per snobismo, ma perché parte del suo processo tecnico era l’idea stessa che uscisse in sala».

L’incontro si è poi concluso sulla prossima esperienza del secondo film di Fasano. Il regista collaborerà infatti produttivamente con Luca Guadagnino, un evento che rappresenta un punto di svolta. «Per me era difficile pensare a una soluzione produttiva dopo Eumenidi, è successo tutto molto in fretta ma sono molto felice, perché avevo bisogno di Luca. Io non ho studiato, io non ho fatto scuola, per me è un maestro che non ho mai avuto, una figura di riferimento. Quindi avere un approccio produttivo di questo tipo per il secondo film è tanto importante.»

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