Shining – Extended Edition, di Stanley Kubrick

Forse il cuore delle differenti versioni di Shining è in quelle pagine del manoscritto di Jack Torrance. Con una sola frase replicata all’infinito: “All work and no play makes Jack a dull boy” tradotta nella versione italiana con “Il mattino ha l’oro in bocca”. Come un disco che si è incantato. Che si sta ripetendo. Oppure la frattura evidente tra la scrittura e la messinscena. Quasi un interruzione di corrente tra il romanzo di Stephen King e l’adattamento di Kubrick del quale, come si sa, lo scrittore non  è rimasto per niente soddisfatto perché non c’era “nessun coinvolgimento emotivo riguardo a quello che accade alla famiglia”.

Di Shining ne esistono tre versioni: una di 146 minuti, una di 144 e la terza di 119 che è quella internazionale che abbiamo conosciuto fino ad ora. La prima è durata pochissimo. Dopo una settimana in sala infatti Kubrick ha deciso di tagliare una scena del finale ambientata in ospedale. C’è Wendy, a letto, che parla con il direttore dell’Overlook Hotel. L’uomo da poi una palla da tennis al bambino, Danny, che è identica a quella che gli è stata lanciata dalla stanza 237.

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Questa extended edition è quindi quella di 144. Tra le principali differenze rispetto a quella di 119, dove sono stati tagliati 25 minuti, ci sono innanzitutto le visite della dottoressa con  Danny e Wendy. Poi tutta la parte della visita alla cella frigorifera e alla cucina compreso il dialogo tra Danny e il cuoco Halloran. Poi la scena in cui madre e figlio guardano in tv Quell’estate del ’42 (1971) di Robert Mulligan. E ancora: la protagonista che vede gli scheletri nella hall nell’albergo. Jack  disperso nel labirinto o inquadrato di spalle mentre batte a macchina.

Già presentato allo scorso Festival di Cannes e supervisionata da Steven Spielberg e Leon Vitali, il suo assistente personale, Shining in realtà non cambia volto. Se ci si chiede se i 25 minuti in più abbiano modificato pesantemente l’idea del film, la risposta è no. Anzi, si entra ancora di più in quel parallelismo tra i movimenti del corpo e quelli della mente. Si accentua al tempo stesso la dimensione dell’Overlook Hotel come il vero e proprio motore del racconto e la ‘luccicanza’ di Danny. Come ha scritto Aldo Spiniello nella sua recensione al film “Eppoi le inquadrature simmetriche, cartesiane che si deformano improvvisamente, l’illuminazione diffusa e quasi sempre diurna”.

C’è poi una temperatura nel film che non è solo emotiva ma anche fisica. La tormenta di nece e il finale di Jack congelato. Anche quando il protagonista sfonda la porta con l’ascia appare già un morto assiderato che riprende vita. E, in più, anche il rumore del vento che sembra penetrare in ogni minimo spiffero dello spazio.

Per il resto l’immaginario horror del film resta intatto. Non ci sono quegli stravolgimenti di Blade Runner o Apocalypse Now. E restano immutati tutti gli impercettibili e sempre più evidenti squilibri di Nicholson. Che esce quasi dal dettaglio della foto in b/n del finale della festa del 4 luglio 1921. Che forse oggi è forse la cosa più superata dal film nel corso del tempo. Mentre reimangono potenti tutte le visioni, soprattutto quella dell’affascinante ragazza che si trasforma in mostro.

Restano flash, impeti visivi forse anche cerebrali. Come quelli pop che sembrano arrivare da Arancia meccanica. O quella meticolosità nel filmare, estendere, distorcere lo spazio di Barry Lyndon. Come in tutto il cinema del regista, anche Shining è stato ricontrollato ossessivamente dallo stesso Kubrick. Anche in ogni versione che veniva distribuita nei diversi paesi. Resta un gran film? La risposta è sì. È il capolavoro di Kubrick e ha cambiato la storia del cinema horror? La risposta è no.

 

Titolo originale: The Shining
Regia: Stanley Kubrick
Interpreti: Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Barry Nelson, Philip Stone
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 144′
Origine: USA, 1980

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