The Final Cut. Ritorno su Apocalypse Now

Qualche anno fa durante una cena con la redazione di Sentieri Selvaggi, Olivier Assayas a proposito de I cancelli del cielo di Michael Cimino disse: “L’aspetto che trovo più interessante di quel film è che non funziona mai. Come lo monti e lo guardi è così: non funziona la versione lunga, non funziona la versione corta”. La prima cosa che mi viene in mente a proposito di Apocalypse Now – che con il capolavoro maledetto di Cimino condivide non soltanto l’epoca realizzativa, ma una megalomania autoriale, un’ambizione cinematografica e un’inclinazione al fallimento economico mai più testate a Hollywood – è che, in un modo o nell’altro, funziona… sempre. Ciò credo sia principalmente dovuto alla forte componente astratta, allucinatoria e quindi anti-materica del film di Coppola. Ma forse c’è anche il fascino della non-finitezza che associa Coppola (e ovviamente, se non soprattutto, Cimino) a Orson Welles ed Erich von Stroheim.

Del resto dalla presentazione al Festival di Cannes del 1979 a oggi Francis Ford Coppola è spesso tornato in sala di montaggio a ripensare il film, remixare sonorità, cromatismi, aggiungere scene e poi toglierne altre. Un’esperienza di cesellatura filmica ossessiva, mai doma, che pure non sembra aver inficiato il fascino di un’opera tanto straordinaria per la storia del cinema, quanto evidentemente traumatica per il suo autore. Quella di Apocalypse Now è un’esperienza che, dai set filippini di metà degli anni ’70 a oggi, evidentemente lo stesso regista non ha mai smesso di elaborare e rivivere, come se fosse parte di una terapia obbligata. Mi sembra evidente come le tante versioni del film facciano parte di una complessa e “privata” apocalypse coppoliana conclusa, forse, solo oggi, con questo Final Cut, la terza versione presentata a giugno al Cinema Ritrovato di Bologna.

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Apocalypse Now – Final Cut è una scontornatura di Apocalypse Now Redux. Coppola è ripartito dalla versione stampata e distribuita nel 2001, lunga tre ore e venti minuti, per sistemare piccole cose e arrivare alla durata di 180’. Oltre ad alcune inquadrature di raccordo, non c’è più l’incontro tra i soldati e le conigliette di Playboy rimaste senza benzina ed è sparito il monologo di Brando/Kurtz che, illuminato a giorno, legge gli articoli del Times al capitano Willard imprigionato. La principale annotazione da fare, spiazzante per i puristi della versione del 1979 e per i detrattori della seconda, è che in questo final cut la lunga sequenza della piantagione francese, in cui la squadra di Willard si imbatte in una famiglia di coloni che li ospita a cena, è rimasta pressocché intatta. È un episodio che anticipa l’incontro finale tra Willard e Kurtz e sembra ancora oggi una strana e rischiosissima deviazione dal climax del film.Più passano gli anni e più mi sembra evidente quanto Apocalypse sia anche un film di John Milius, che scrisse la sceneggiatura nel 1969 per George Lucas e che in seguito sarebbe tornato a raccontare a modo suo questo conradiano Cuore di tenebra in due film da lui scritti e diretti: Conan il barbaro e Addio al re. A Milius, autore tanto incompreso dalla critica quanto innegabilmente colto e personale, si devono la struttura narrativa omerica, i riferimenti al surf, quelli superomistici nelle figure di Kilgore e Kurtz, la perversa fascinazione americana per la distruzione, il conflitto tra la wilderness individualista e il Sistema/Potere. Nell’intervista curata da Giulio D’Agnolo Vallan per la retrospettiva del Torino Film Festival 2002 Milius confessava di non amare la versione Redux e in particolar modo la scena in cui i protagonisti facevano sesso con le ragazze di Playboy: “I soldati americani non avrebbero mai dovuto toccare quelle ragazze”. In Apocalypse Now – Final Cut questa scena è scomparsa.

Forse da spettatore continuo a preferire la prima versione, quella più breve di “soli” 145’. È più immediata, secca, oscura. Da critico cinematografico, però, mi scopro oggi inaspettatamente affascinato dal Final Cut e, devo ammetterlo, dalla stessa sequenza della piantagione. Ho la sensazione che questa, con i suoi cromatismi melò e la presenza oppiacea e fantasmatica di Aurore Clément renda Apocalyspe Now più romantico e allo stesso tempo più concettuale e meta-cinematografico. È un inserto a sé stante. Un film nel film. Forse la possibilità di un altro film. È un lungo segmento “extraterrestre” che pare quasi anticipare il patchworking del cinema contemporaneo, quello che mette insieme classico e moderno. L’illuminazione cambia raccontando in dieci, quindici minuti il crepuscolo di un mondo, di una classe sociale, di un set persino. Non so, potrei sbagliarmi, ma è come se in qualche modo Coppola e Vittorio Storaro anticipassero qualcosa di Hou Hsiao-hsien, Wong Kar-wai….

Ed è una sequenza in cui c’è già il Coppola iperrealista ed elettronico successivo: quello di Un sogno lungo un giorno, Rusty il selvaggio, I ragazzi della 56° strada, Dracula. Il cinema del nuovo secolo è ripartito anche da qui.

 

Titolo originale: id.
Regia: Francis Ford Coppola
Interpreti: Martin Sheen, Marlon Brando, Robert Duvall, Frederic Forrest, Sam Bottoms, Laurence Fishburne, Harrison Ford, Dennis Hopper, Scott Glenn, Aurore Clément
Distribuzione: Cineteca di Bologna
Durata: 183′
Origine: USA, 1979