SPECIALE JIMMY P. – Arnaud Desplechin e le vertigini del moderno

conte de noelÈ più forte di tutto e di tutti, ma l’immagine che prepotentemente salta agli occhi, quando pensi al cinema di Arnaud Desplechin, è quella in cui Mathieu Amalric, in Racconto di Natale, si lascia cadere in avanti, da un marciapiedi, rigido come uno stoccafisso. Perché? Probabilmente perché nel cinema di Desplechin ogni immagine ha qualcosa del “ritratto”, non perché riproduca i tratti di una persona, ma perché trae, estrae qualcosa, un’intimità, una forza. E per estrarla, la sottrae all’omogeneità, la distrae, la distingue, la stacca, la getta in avanti. La getta dinanzi a noi, e questo getto, questa proiezione ne costituisce il marchio, il tratto: ne è il tracciato, lo stile, l’incisione, la cicatrice, la firma. Pro-gettare cinema per Despelchin è come poter sospendere l’atteggiamento “naturale” che ci vuole rivolti praticamente alle cose della vita o poter revocare il contatto vitale con la realtà. Così ti ritrovi ai margini della vita, perplesso e smarrito, o, alternativamente, intento a svolgere un’indagine teorica, etnopsicologica, antropologica, su ciò che gli altri vivono praticamente, e comprendono immediatamente e intuitivamente.

 

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jimmy p.Non è sempre melodramma sentimentale. E' racconto a volte corale in cui ancora una volta la commedia si fa dramma e il tormento dei sentimenti fa da cornice a personaggi sempre più in balia delle proprie insicurezze, delle proprie debolezze. È un ritratto sconnesso e deforme, come un quadro di Picasso, come un’illusoria finestra aperta su un mondo di cadute tridimensionali, collocate nello spazio degli affetti, del sangue infetto che non lega più. c’e’ anche una via maestra che riconduce l’attività di costruzione della memoria (personale e collettiva) alla facoltà spirituale di “narrare storie”. Noi siamo in quanto raccontiamo, solo in questa maniera riusciamo a ricondurre in unità la molteplicità delle esperienze vissute, dandogli ordine e facendone emergere un senso. In quella via maestra si riconosce Arnaud Desplechin. In Jimmy P. emergono magicamente la figurazione, quel rapporto spontaneo e immediato col mondo, esperito emotivamente; la configurazione, costruzione narrativa e organizzante e la rifigurazione come ritorno al mondo dell’agire e del patire, forti però dell’esperienza precedente, che permette di comprendere il mondo in maniera differente. Tre passaggi cruciali che l’indiano Jimmy Picard (Benicio Del Toro) attraversa con il suo terapista, Georges Devereux (Mathieu Amalric). Il punto di arrivo, in fondo, è la fase successiva, che supera ogni tipo di interpretazione, e che consiste nell'entrare nel sogno lucido (Devereux e Picard insieme nei flashback), in cui si è coscienti del fatto che si sta sognando. Nella vita come nel sogno, per rimanere lucidi bisogna prendere le distanze, agire senza identificarsi con l'azione.

 

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desplechin e amalricJimmy P. è medicina narrativa, memorabile espressione visiva di come rivolgersi direttamente all'inconscio tramite il suo linguaggio, attraverso le parole, gli oggetti o le azioni. In tutte le culture si ritrova il concetto della forza della parola, la convinzione che l'espressione di un desiderio in una determinata forma possa provocarne la realizzazione. Per tale ragione Devereux chiede al suo paziente Picard la traduzione di ogni parola nella sua lingua. Il cinema non è più quindi espressione della personalità, ma evasione dalla personalità. Un effetto placebo che non si limita semplicemente ad un artefatto clinico/visivo, ma si fa finestra sull'interazione mente/corpo. Arnaud Desplechin con Jimmy P., potrebbe sembrare più sobrio, ma in realtà è sempre più preso dalla “vertigine del moderno”, in cui la propria visione del mondo sia solo una possibilità tra tante. Nulla è saldo, tutto è trasformabile, parte di un intero, di innumerevoli interi che presumibilmente appartengono a un superintero, il quale è del tutto ignoto. Ogni sua risposta è una risposta parziale: non gli preme di sapere che cos’è, ma di scoprire l’ennesimo com’è. Ci si dovrebbe piuttosto abbandonare a una sorta di gioco estetico e concettuale, una forma di creazione tracotante, ondeggiante, danzante, irridente, fanciullesca e beata, una libertà ineguagliabile, in cui insolite combinazioni di concetti sono manipolate senza alcuno spirito di gravità, appunto, che cerca una realtà definitiva o una verità finale. Desplechin fugge la malattia del pensare nelle essenze, riconosce invece le leggi dell’eccezione, nei singoli casi e negli avvenimenti irripetibili.