Sundown. Sentieri Selvaggi intervista Tim Roth

In occasione dell’uscita in sala in Italia del nuovo film di Michel Franco, il protagonista Roth ha parlato del suo personaggio Neil Bennett, della città di Acapulco e del rapporto con il passato

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In occasione dell’uscita nelle sale italiane di Sundown, prevista per il 14 aprile prossimo, Tim Roth è entrato nei dettagli sulla lavorazione dell’ultimo lavoro di Michel Franco, in questa conversazione esclusiva. Il film è stato presentato in concorso alla scorsa edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

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Neil Bennett è un personaggio quasi antipatico, reso forse affascinante dalla sua apatia, che sicuramente ha un impatto sul pubblico un po’ disturbante, ma inusuale. Come hai approcciato questo personaggio per dargli forma?

Insieme a Michel abbiamo lavorato prima ad un’idea generale della storia, per poi passare per la sceneggiatura, facendo evolvere il tutto mentre abbiamo girato. Quindi di fatto non c’è mai stato nulla di totalmente fissato nel concreto. Penso che quello di Neil sia uno dei personaggi emozionalmente più complicati che abbia mai dovuto interpretare e non ho ancora visto il film, vorrei vederlo con il pubblico, ma con la situazione pandemica non è stato semplice. Come avevamo cercato già di fare con Chronic in un certo qual modo, io e Michel abbiamo voluto spogliare l’attore, la nozione di performance doveva sparire. Doveva sembrare il più possibile semplicemente un uomo che cammina lungo la spiaggia, di cui magari conosciamo il volto (se si sono visti i miei precedenti film), ma di fatto volevamo togliere il più possibile la barriera fra l’attore e il pubblico. Inoltre è un film che le persone percepiscono sempre in maniera molto diversa e personale, per alcuni è divertente, per altri è sinistro e oscuro. Questo vale per tutti i film è vero, ma con questo sembra che ciò sia ancora più estremo. Il personaggio è stato deciso ancor prima che fosse scritta la sceneggiatura e poi la sceneggiatura è diventata la base del film ma molte cose sono comunque cambiate tanto, perché la verità è che con Michel non sai mai che cosa otterrai e come attore devi essere pronto a sperimentare e a cambiare. Certo a volte è più difficile che altre, ma è stato molto bello, mi sono divertito.

Michel Franco ha parlato di Acapulco, la città in cui è ambientato il film, come di una città che è cambiata rispetto ai suoi ricordi di bambino, diventando molto più violenta. Ci sono dei luoghi della tua infanzia in cui ami ritornare o che sono cambiati rispetto ai tuoi ricordi tanto da non riconoscerli più?

Non molto in realtà. Mi piace ritornare a Londra ma con quello che è successo al paese ho scoperto di essere sempre meno incline a farlo. Non ritorno nemmeno a South London dove sono andato a scuola, non ho vissuto particolarmente bene la mia infanzia, nella quale sono anche stato bullizzato. Perché dovrei tornarci quindi? Non sono molto interessato a guardarmi indietro in questo senso, sono felice che quel periodo sia finito e di essere andato avanti.

Il film di Michel mostra una contraddizione molto chiara fra le bellissime spiagge e paesaggi e la violenza che esplode improvvisamente rovinando tutti i sentimenti di positività che erano percepibili fino a poco prima. Parlando quindi di contraddizioni, ce ne sono state alcune nella tua vita personale e professionale?

Per quanto riguarda contraddizioni sul lavoro, ho avuto modo di trovarmi in luoghi bellissimi con persone incredibili ma dove magari in quel momento c’era la guerra. Quando ero molto giovane ho lavorato in Zimbabwe, che era appena diventato Zimbabwe. Stavamo facendo un film chiamato A World Apart, di cui si stava occupando un mio amico cameraman e che ho quindi aiutato con gli attori. Eravamo in Zimbabwe ma dall’altra parte del confine in Sudafrica l’apartheid esisteva ancora e noi stavamo lavorando con l’ANC in un progetto sul Sudafrica, per cui stavamo lavorando ad un film rivoluzionario, ma lontano dal luogo di cui parla. Poi sono stato in Etiopia, in un film che non ha funzionato particolarmente bene (Farendj n.d.r), ma succede. Ci siamo addentrati in zone dalle quali i rifugiati stavano scappando per colpa delle bombe e della guerra. Probabilmente l’idea di questo piccolo gruppo di filmmaker francesi entrasse in questo campo di battaglia era considerata abbastanza offensiva, quindi anche questa è stata forse una contraddizione. Per quanto riguarda invece l’aspetto privato, la mia vita è stata una contraddizione totale, non dovrei essere qui a questo punto, nella posizione di parlarvi del film che ho girato in Messico. La mia vita non avrebbe dovuto offrirmi certe possibilità ma lo ha fatto, per cui tutto in questo è una contraddizione. E per fortuna lo è stato, aggiungerei.

Parlando dell’ambientazione del film Acapulco è un personaggio importante di Sundown, e tu sei lì uno straniero, un forestiero, quasi un alieno. Come è stato entrare in questa routine quotidiana in una città come quella?

Ci sono due lati delineati molto chiaramente: le persone che hanno e le persone che non hanno, il tutto alla luce del sole. Enormi palazzi, ricchezza sfarzosa. Questi edifici sono vuoti, sono lì per ragioni che non conosciamo. L’ovvietà della corruzione, del potere e del denaro, dell’esercito che protegge tutto ciò. La maggioranza delle persone che vivono lì sono però povere e anche questo è esplicito, evidente. Michel ha scelto Acapulco perché quello è il luogo in cui andava in vacanza da bambino e voleva girare proprio lì. Nulla ti preparerà all’odore, al rumore, all’interazione fra le persone che abitano lì. Io ero guardato come un alieno all’inizio, del tipo: “Che cosa ci fai qui?”. Ma poi le cose sono cambiate, addirittura già dalla fine del primo giorno, l’idea surreale che noi fossimo lì con le videocamere su questa spiaggia brulicante di persone ad interagire con gli abitanti del posto, è sfumata. Siamo diventati subito un’abitudine, non che fossimo accettati, eravamo semplicemente lì. Se fossimo stati in una strada di New York sarebbe stato un incubo organizzare tutto e far riuscire bene le cose, guardando Acapulco invece si potrebbe invece pensare che farlo lì sarebbe un milione di volte più difficile. Ma non lo è stato, le persone ci hanno accettato con una facilità incredibile, quasi magicamente interessate e poi subito dopo disinteressate ed è stato così possibile fare il film con facilità. Probabilmente a livello tecnico è stato più difficile di quanto noi attori abbiamo saputo, ma in ogni caso un film di questo tipo non dovrebbe essere così facile da fare e se è stato così il merito va a Michel e alla crew ma soprattutto alla popolazione locale che ha continuato a guardarci come se fossimo qualche tipo di intrattenimento live, il che è stato divertente.

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