Sur l’Adamant, di Nicolas Philibert

L’Adamant è un centro diurno per persone con disagio mentale, nel pieno centro di Parigi. Un documentario osservazionale, animato e reso vivo da uno slancio empatico immediato. Concorso

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L’Adamant è un centro diurno per l’accoglienza e il trattamento di persone con disagio mentale, nel pieno centro di Parigi. Si tratta di una struttura galleggiante, un bateau ormeggiato sulla Senna, realizzato pochi anni fa secondo concezioni architettoniche all’avanguardia. E non è una particolarità di poco conto. Perché la posizione dell’Adamant, la concezione degli spazi, già sono il segno di un diverso approccio nei confronti dei pazienti, che interagiscono in una dimensione più aperta e accogliente, lontana da austere concezioni ospedaliere. Anche se, ovviamente, a far la differenza sono il tipo di attività proposte, gli approcci terapeutici degli psicologi e psichiatri, è pur vero che la realtà materiale di un luogo, l’idea secondo cui si articola una struttura, sono dati fondamentali, le condizioni stesse della sua vivibilità. Tra gli uomini e gli spazi è un dialogo costante. Sono le persone a fare i luoghi, ma sono anche i luoghi a declinare la forma e la sostanza delle relazioni e dei percorsi.

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Ecco, Nicolas Philibert, secondo un’abitudine consolidata del suo cinema, in Sur l’Adamant elegge una realtà circoscritta, per analizzarne le modalità di funzionamento e raccontarne, così, lo spirito. Secondo un metodo osservazionale tipico, ma animato e reso vivo da uno slancio empatico immediato. In questo senso, non si avverte mai, nemmeno per un secondo, la ricerca di una distanza, di un’imparzialità asettica, da ridefinire poi nel lavoro sul materiale accumulato, nella fase della riflessione e del montaggio. Per Philibert, le scelte partono dal cuore prima ancora che dalla testa e determinano un approccio viscerale, una specie di adesione istintiva alle ragioni di un luogo e alle storie che lo abitano. Il documentario è innanzitutto un affare di relazioni. Al punto da non tirarsi indietro quando viene interpellato dalle persone che stanno davanti all’obiettivo, richiamato in causa, indirettamente in campo. Risponde, ricorda il suo nome, come una firma apposta in calce. E così ribadisce la responsabilità personale della prospettiva.

Sì, Sur l’Adamant incontra una realtà complessa, in cui si può toccare con mano la sofferenza, il disagio, il senso di frustrazione e di isolamento. Eppure il dramma e la tensione sono tali da emergere da soli. Bastano i dialoghi, le testimonianze, certi sguardi smarriti, i balbettii, i movimenti, alcuni discorsi che seguono logiche di senso misteriose. Non c’è bisogno di sottolineature. E infatti Philibert sceglie un approccio più lieve, a tratti quasi giocoso. Addirittura, sembra suggerire un’ipotesi di musical o un happening di momenti performativi. A cominciare dall’esplosiva canzone con cui si apre il film, La bombe humaine, interpretata in maniera travolgente da uno dei pazienti. Per poi continuare con assoli di chitarra elettrica, composizioni personali, che vanno dall’esistenzialismo alla psichedelia (fenomenale il vecchio “artista” che riattraversa la cultura degli anni ’60-’70, svelando connessioni e chiavi di lettura non convenzionali). Mentre, tra discussioni assembleari wisemaniane e pause al caffè, sessioni di disegno e pittura, rassegne di film e discussioni cinefile, l’Adamant si racconta come uno spazio aperto. Non una prigione, nonostante le convinzioni comuni sugli ospedali psichiatrici. Ma un luogo in cui le modalità di intervento terapeutico dialogano con la partecipazione attiva dei pazienti. Un posto in cui scegliere di stare, come il miraggio di una casa. Almeno finché sarà possibile, conclude Philibert, con una certa malinconia.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3
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Il voto dei lettori
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